Rossana Campo

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in concorso con
Dove troverete un altro padre come il mio
Ponte alle Grazie


Rossana Campo è nata a Genova nel 1963 e vive fra Roma e Parigi. Ha esordito nel 1992 col romanzo In principio erano le mutande (Feltrinelli, 1999; da cui il film omonimo di Anna Negri). Sono seguiti una decina di romanzi, tradotti in molte lingue tra cui: Il pieno di super (Feltrinelli, 1993), Mai sentita così bene (Feltrinelli, 1995),L’attore americano (Feltrinelli, 1997), Sono pazza di te (Feltrinelli, 2001), L’uomo che non ho sposato (Feltrinelli, 2003), Duro come l’amore (Feltrinelli, 2005), Più forte di me(Feltrinelli, 2007), Lezioni di arabo (Feltrinelli, 2010), Felice per quello che sei. Confessioni di una buddista emotiva (Perrone, 2012).


Intervista all’autore

Ricorda qual è stato il primo libro che ha letto?

Da bambina, Piccole Donne di L.M. Alcott. Da ragazzina, Menzogna e sortilegio di Elsa Morante.

Ci sono scrittori con cui sente di essere in debito?

Moltissimi, da Gianni Celati a Edoardo Sanguineti, Gertrude Stein, Jane Austen, Virginia Woolf, Kathy Acker, Henry Miller, Hemingway, Kerouac, Brautigan, Philippe Djian, per citare solo i primi nomi che mi vengono in mente adesso.

Ci racconti in breve una sua giornata tipo di quando scrive.

Se sono all’inizio di un nuovo libro scrivo ogni giorno, al mattino un paio d’ore. Poi faccio altro e cerco di non pensare a quello che sto scrivendo. Quando il libro comincia a prendere una sua forma, ci resto dentro tutto il tempo, e tutto quello che faccio, le persone che vedo, i libri che leggo, i film che guardo, tutto rientra in una specie di campo di forze creato dal libro. A quel punto sono prigioniera e la realtà creata nel libro è più vera dell’altra realtà quotidiana.

Cosa le piace del suo lavoro di scrittore e cosa non le piace?

Più che piacermi e più che un lavoro, per me è il mio modo di stare al mondo. Tutte le mie migliori energie, tutte le intensità (nel bene e nel male) passano per la scrittura, non solo dei libri che pubblico ma anche di altre forme più personali, come i diari, quaderni di appunti, lettere non spedite eccetera. Direi che non c’è niente che non mi piaccia, a volte ho sentito un po’ pesante la routine promozionale, che però spesso mi ha dato modo di incontrare persone molto diverse da me e dai miei amici e quindi mi ha arricchito di esperienze.

Qual è stata la molla che l’ha spinta a scrivere il suo ultimo libro?

La spinta è cominciata da quaderni miei d’appunti dove annotavo il complicato groviglio di sentimenti che la morte di mio padre ha smosso in me. C’erano delle diverse me stesse che chiedevano la parola, la bambina che sono stata, innamorata (ricambiata) di suo papà, la ragazzina ribelle arrabbiata per le promesse che lui non aveva mantenuto, per tutte le volte che si era sentita abbandonata e ferita da lui. Poi c’era la donna adulta che voleva abbracciare tutto quanto, cercare il senso di questo legame così forte, doloroso e allo stesso tempo allegro, vitale, con momenti di grande gioia che riteneva la migliore eredità che lui ci stava lasciando. A un certo punto da tutti questi quaderni ho visto che stava prendendo forma la storia di questa figlia e di questo padre e mi sono detta che forse poteva parlare ad altri figli e figlie, altri padri, poteva diventare una compagnia, o un sostegno o solo un racconto per chi ha avuto un rapporto complesso con un genitore.