Arenaria

Paolo Teobaldi
Arenaria
Edizioni E/O

Proposto da
Domenico Starnone

«È la più recente creazione di uno scrittore straordinario, definizione questa che potrà sembrare eccessiva solo a chi non abbia letto almeno una delle sue opere: Scala di Giocca, Finte, La discarica, Il padre dei nomi, La badante, Il mio manicomio, Macadàm, libri appunto fuori dell’ordinario. Teobaldi è nato a Pesaro, è vissuto quasi sempre a Pesaro e il mondo al quale ha dato una forma letteraria memorabile ha fondamenta solidissime in quella città e nel suo territorio. Arenaria è un tassello molto importante di questa costruzione pluridecennale, abilissima e insieme appassionata. A raccontare è un nonno benemerito che sa tutto ma proprio tutto sull’altura d’arenaria – altura modesta: 200 metri sul livello del mare il punto più alto – in cui ci si imbatte scendendo dalla pianura padana lungo l’Adriatico, prima del monte Conero. Il racconto è costruito apposta per la nipotina Julie, bimba di pochi mesi, poi di pochissimi anni, francesina anglo-italiana di nascita, e con una vita futura pronta ad accogliere chissà quante lingue. In poche pagine il nonno si tira dietro la nipote per l’intero Novecento tenendosi sempre, saldamente, a piccole-grandi storie di avi e parenti e amici miserabili, tutte da ridere e che però, se le smuovi un po’, vengono le lacrime. In superficie la scrittura è quella che mima il parlato: il nonno infatti è un grandissimo narratore orale e noi lettori pendiamo dalle sue labbra ancor più di Julie. Ma attenzione: la mimesi di Teobaldi è attentissima alle parole degli altri, la sua voce (come quella del personaggio) è fatta con materiali di provenienza molto varia, stracolti e di scarsa alfabetizzazione (bisogna soffermarsi sulle pagine che raccontano la pesca alla tratta, un po’ perché sintetizza bene la forza della scrittura di Teobaldi, un po’ perché pare una metafora efficace della sua fatica di scrittore). Insomma Arenaria abbaglia. Ci fa riscoprire cosa si può fare con la nostra ricchissima lingua, se non ci abbandoniamo mai per pigrizia a un pugno di paroline e parolacce abusate, se non ci dimentichiamo il piacere di raccontare. Il risultato è un gioiello lavoratissimo che ci consegna, in perfetto equilibrio, memorie locali di esistenze logorate dalla miseria, e il racconto – realizzato con gli strumenti più fini (l’ironia innanzitutto) della grande letteratura – di come tutto poggi sulla sabbia e facilmente frani, innanzitutto le parole della vita grama.»