Demetrio Paolin

Demetrio Paolin
in concorso con
Conforme alla gloria
Voland


Demetrio Paolin è nato nel 1974, vive e lavora a Torino. Ha pubblicato il romanzo Il mio nome è Legione (Transeuropa, 2009), i saggi Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana (il Maestrale, 2008) e Non fate troppi pettegolezzi (LiberAria, 2014) e diversi studi critici su Primo Levi. Ha collaborato con il “Corriere della Sera” e “il manifesto”. Conforme alla gloria, il suo secondo romanzo, esce a sette anni di distanza dal primo.


Intervista all’autore

Ricorda qual è stato il primo libro che ha letto?

Il primo libro che ho letto, a circa otto anni, è stata la Genesi. In casa mia c’era questo Bibbia piena di figure bellissime – penso fosse una di quelle edizioni che regalavano con “Famiglia Cristiana” o una cosa del genere – e mi sono trovato a leggere quelle storie che si sono conficcate nella mia testa e nel mio immaginario. Credo che il mio scrivere sia in qualche modo un inconsapevole, almeno agli inizi, confrontarmi e riscrivere quelle storie di creazione, colpa, peccato e redenzione, di cui la Genesi è piena. Il primo libro, invece, acquistato cum grano salis (avevo 12 anni, mi pare) è stato I fiori del male di Baudelaire nella traduzione di Gesualdo Bufalino; un testo che mi ha fatto comprendere con chiarezza che non avrei mai scritto una poesia degna di questo nome, facendomi prediligere il silenzio o, come male minore, la prosa.

Ci sono scrittori con cui sente di essere in debito?

Come dicevo prima, l’anonimo estensore dell’Antico Testamento e Paolo di Tarso sono i primi, ma sono molti gli autori con cui ho un debito profondo. Se devo sceglierne alcuni direi: Primo Levi, Cesare Pavese, Mario Pomilio e Giulio Mozzi. In un certo senso a loro sono debitore del romanzo che ho scritto; Giulio perché molti anni fa ha scritto un libro (Il male naturale), che ha reso possibile la mia voce, mi ha fatto sentire che potevo dire le cose che avevo nella testa. Levi, Pavese e Pomilio (che guarda caso sono tre vincitori del Premio) sono entrati direttamente nella costruzione di Conforme alla Gloria. La presenza di Levi è abbastanza evidente in ogni passaggio delle mie pubblicazioni, Pavese è per me una sorta di parente, di zio, di voce della terra in cui sono stato piantato (leggere Pavese è tornare a casa, in quel luogo remoto che è la tua infanzia e la tua adolescenza); Pomilio rappresenta per me il tentativo di mettere tutte le proprie nevrosi, ossessioni, convinzioni, paure e certezze al servizio di un’idea di romanzo, di un’idea di storia; e confrontarmi con la sua opera (in particolare Il quinto evangelio) mi ha permesso di scrivere il romanzo così come è venuto fuori e ognuno può leggere.

Ci racconti in breve una sua giornata tipo di quando scrive.

Vorrei anch’io descrivere la mia giornata con le stesse splendide parole di Macchiavelli a Vettori, quando dopo aver raccontato tutte le pochezze della vita quotidiana, si veste dei panni curiali e entra nel suo studio, ma nella realtà la mia giornata tipo è assolutamente banale. Porto mia figlia a scuola, sbrigo qualche commissione se c’è da sbrigare e poi accendo il pc e scrivo. Scrivo alcune ore, tipo due o tre, con interruzioni, pause ecc ecc. La sera poi rivedo quello che ho scritto, cancello, smonto pagine precedenti, le mescolo, taglio, incollo, butto via interi capitoli. Provo a scrivere lo stesso episodio usando diversi punti di vista. Poi a una cert’ora sono stanco e me ne vado a letto. La vita dello scrittore quando scrive è sostanzialmente noiosa, e priva di fascino: è un mestiere, come l’imbianchino o il falegname, consta di pazienza e di tempo, bisogna saper sbagliare molto, provarci quel centinaio di volte prima di azzeccare la frase giusta. Un’unica cosa in questi sedici anni di scrittura posso ragionevolmente affermare ovvero di non aver mai visto o incontrato né una Musa né l’ispirazione divina.

Cosa le piace del suo lavoro di scrittore e cosa non le piace?

Dello scrivere non mi piace… rispondere alle interviste. Scherzo.

Dello scrivere mi piace quando dopo una lunga sessione di lavoro mi trovo davanti a una pagina che più o meno risponde a quello che volevo, mi piace incontrare la gente dopo che ha letto il libro e mi dice che quella pagina che avevo scritto e che mi sembrava come io la volevo, lo era veramente, era veramente funzionale alla storia. Dello scrivere mi piace la relazione con l’altro, io ho iniziato a scrivere non per vocazione, o per talento, ma perché avevo delle cose da dire e non sapevo come dirle e la scrittura mi sembrava il sistema comunicativo più semplice. Dello scrivere non mi piace, quando dopo una lunga sessione di scrittura mi rendo conto che quelle pagine non rispondono minimante all’idea che avevo in testa quando ho iniziato e mi sento un frustrato che sta passando la vita a cercare di mettere tutta la sabbia del mare in una buca. Poi mi consolo e penso che prima di me ce n’è stato già uno che voleva fare la medesima cosa, e che dopo di me e insieme a me ce ne sono altri, e quindi mi stiracchio e vado a giocare a calcetto e tutto passa in secondo piano.

Qual è stata la molla che l’ha spinta a scrivere il suo ultimo libro?

Il mio desiderio era di provare a ragionare e riflettere su cosa è uomo oggi, su cosa è male e bene oggi. Su che significato abbiano parole come Dio, colpa, mondo, bellezza, sofferenza. E per parlare dell’oggi ho preferito guardare al nostro passato, facendo come i sommersi del XX canto dell’Inferno, che camminano con il capo torto all’indietro. Se questa poi sia una dannazione o una benedizione non so, ma il libro infine è ciò che conta e il libro è uscito come io volevo che uscisse.