Elena Stancanelli

Elena Stancanelli
in concorso con
La femmina nuda
La nave di Teseo


Elena Stancanelli è nata a Firenze nel 1965. È autrice di romanzi e racconti. Tra i romanzi: Benzina (Einaudi, 1998; premio Giuseppe Berto), da cui è tratto l’omonimo film del 2001, diretto da Monica Stambrini; Le attrici (Einaudi, 2001); Firenze dapiccola (Laterza, 2006); Mamma o non Mamma con Carola Susani (Feltrinelli, 2009) e Un uomo giusto (Einaudi, 2011). I suoi racconti sono pubblicati su riviste come “Max”, “Amica”, “Gulliver”, “Tutte Storie”, “Cosmopolitan”, “Marie Claire”. Collabora inoltre con diversi quotidiani tra i quali “la Repubblica”, “il manifesto” e “L’Unità”.


Intervista all’autore

Ricorda qual è stato il primo libro che ha letto?

Le poesie di Toti Scialoja illustrate da lui stesso, che mi regalò mia nonna appena imparai a leggere

Ci sono scrittori con cui sente di essere in debito?

Moltissimi! E’ un elenco infinito. Quasi ogni scrittore che ho letto mi ha insegnato qualcosa, mi ha fatto sentire meno sola, mi ha dato coraggio o offerto un modello di mostruosa bravura al quale guardare, temendolo. E’ davvero impossibile citarli tutti. Posso provare a dire quelli che mi hanno accompagnato nella scrittura di questo libro, alcuni di loro: Marina Cvetaeva, Philip Roth, Jacques Lacan, Mary Shelley, Alice Munro, Giovanni Comisso, Gustave Flaubert, Mario Soldati, David Foster Wallace, Anna Maria Ortese, Fedor Dostevskij, Elena Ferrante, Michel Houellebecq, Svletana Aleksievic…. e moltissimi altri.

Ci racconti in breve una sua giornata tipo di quando scrive.

Io scrivo sempre. Ho due cani, e la mattina quando mi sveglio li porto fuori. Poi torno e mi siedo davanti al computer. Ma per le prime ore faccio poco. Rispondo alle mail, scrivo cose più tecniche, come gli articoli. La maggior parte del lavoro sui libri lo faccio nel pomeriggio. Fino alle sette, al massimo. Poi basta, tranne se non arriva qualcosa da scrivere al volo per il giornale. Se sono in giro scrivo ovunque, sui treni, negli alberghi, nei bar. Ma butto moltissimo di quello che scrivo. Per questo pubblico così poco. Tagliare, eliminare, riscrivere usando meno parole, queste sono le mie ossessioni

Cosa le piace del suo lavoro di scrittore e cosa non le piace?

Scrivere non mi dà piacere. Non mi sento felice quando scrivo. E’ faticoso, ti mette continuamente a confronto coi tuoi limiti. E’ come un’attività sportiva agonistica, con la differenza che si pratica seduti, e quindi non rilascia neanche endorfine. Scrivo perché è il modo in cui cerco di orientarmi, e se smettessi di farlo mi perderei. L’ho sempre fatto, fin da quando ho imparato e non riesco neanche a immaginare come sarebbe vivere senza farlo. Raccontarla, è semplicemente il mio modo di stare nella vita.

Qual è stata la molla che l’ha spinta a scrivere il suo ultimo libro?

La stessa che mi convince a scrivere ogni libro: questo è quello che, secondo me, sta accadendo. A me, intorno a me, alle persone che conosco, nel tempo in cui vivo. Ci metto moltissimo tempo a scrivere un libro, e quindi ho bisogno di trovare qualcosa che sia una specie di campo magnetico, un nucleo pulsante, una materia  pericolosa e densa, dentro la quale possa aggirarmi a lungo senza stancarmi. La contemporaneità ti sfugge, è revocabile, ineffabile. Raccontarla significa darsi la possibilità di essere smentiti, anche mentre stai scrivendo. Per questo cerco a lungo qualcosa che mi sembra solido, ma anche questo non mi mette al riparo dalla sua impermanenza. In questo caso volevo raccontare la potenza di un dolore insensato, il prevalere dell’ossessione, l’entrata di internet nelle nostre vite e nelle relazioni sentimentali. Volevo raccontare da una parte quanto il nostro modo di amare sia cambiato, dall’altra quanto noi siamo rimasti gli stessi di secoli fa e quindi inadeguati. Volevo guardare a una donna, una persona, che non sa separarsi perché ne sente tutta l’innaturalezza.