Il diario di Antossia

Marinella Gargiulo
Il diario di Antossia
Guida editori

Proposto da
Marcello Rotili

«Marinella Gargiulo, scrittrice con una solida formazione storica ed una lunga esperienza nella didattica di genere, è l’autrice di un avvincente romanzo su Antonia (Antossia) Kwiatkowska Bakunin, vedova, dal giugno 1876, del celebre rivoluzionario russo, principe Michail Bakunin, e dal febbraio 1879 moglie dell’avvocato napoletano Carlo Gambuzzi, padre naturale dei suoi primi tre figli e padre legale dell’ultima, nata dopo il matrimonio. Scritto nella forma di un diario che copre il periodo dall’estate del 1865 all’aprile 1887, l’ultima stagione della vita di Antossia che scomparve il successivo 2 giugno, l’avvincente racconto muove dall’incontro in Siberia, ove viveva la sua famiglia (il padre era un nobile polacco della Russia Bianca, esule), con il grande rivoluzionario quarantatreenne, deportato a vita in quella sperduta regione dell’impero zarista dopo lunghi e tormentati periodi di carcerazione. Dal momento in cui Bakunin incominciò a frequentare la casa della sedicenne Antossia, l’autrice tesse la trama dell’innamoramento e del matrimonio, celebrato nel 1858  nella Chiesa della Resurrezione di Tomsk in Siberia, e attraverso alcuni densi capitoli iniziali che inquadrano la biografia familiare del rivoluzionario-marito, i primi felici anni di matrimonio in Siberia, la fuga di Mikhail a Londra, il ricongiungimento con la moglie a Stoccolma e infine l’arrivo in Italia, risale dall’estate del 1865 al 1887, seguendo le tappe fondamentali di una vicenda umana e politica sofferta, che si svolge fra l’Italia e la Svizzera e per Antossia e i suoi figli anche in Siberia per un paio d’anni. Non furono solo le difficoltà economiche e le privazioni a condizionare la vita della famiglia, ma anche e soprattutto l’isolamento morale di Antossia rispetto all’area di riferimento sociale e intellettuale del marito. Del resto se le biografie di Bakunin rimproverano ad Antossia la sua relazione con il coetaneo Carlo Gambuzzi, tacendo sull’impotenza sessuale del marito, dagli archivi sono emersi documenti chiarificatori, come la lettera del 16 dicembre 1869 di Bakunin a Ogareff: un racconto-confessione di un mariage blanc e della sua accettazione della famiglia allargata,  testimonianza inequivocabile della consapevolezza e della complicità da parte del rivoluzionario, dettata peraltro non solo dalla necessità ma soprattutto dall’affetto per la moglie e i figli nati da Gambuzzi e dal suo grande bisogno del calore  e della serenità che solo la famiglia poteva dargli. Nel racconto che l’autrice abilmente intreccia con la storia sociale e ideologica di un trentennio, dal 1857 al 1887, segnato dalle passioni e dalle sconfitte rivoluzionarie in Europa e in Russia, dai moti risorgimentali e dalla nascita dello stato unitario nella Penisola, dalle devastanti epidemie di colera a Napoli nel 1865 e nell’84, la scrittura e la voce della protagonista Antossia sono in realtà quelle di Marinella Gargiulo: in un credibile e ben costruito gioco letterario di rimandi, la Gargiulo esprime un sentire femminile contro i pregiudizi di genere comune ad Antossia, a lei stessa e a tutte le donne desiderose di riscatto che possono, per tanti versi, identificarsi nella  sofferta e umanissima vicenda della moglie di Bakunin. Nel fare ciò la Gargiulo sembra sostanzialmente dissentire dal comportamento della peraltro coraggiosa Marussia Bakunin, la seconda figlia di Antossia che fu prestigiosa cattedratica nell’Università di Napoli e che rivendicò sempre la discendenza dal grande rivoluzionario. Pur non essendo neanche una protagonista secondaria del racconto, Marussia Bakunin che l’Autrice ha conosciuto nella sua adolescenza attraverso le informazioni attinte dai suoi più stretti familiari, è sostanzialmente la controparte conformista, anche se giustificata da esigenze sociali, di Antossia e della stessa Marinella Gargiulo che al comportamento di quest’ultima rende giustizia postuma. Il suggestivo racconto-diario merita, a mio modo di vedere, la massima considerazione per l’originalità, l’efficacia narrativa e “il sentire di genere” che lo distinguono.»