Walter Siti


Walter Siti
Resistere non serve a niente
Rizzoli


Presentato da
Alessandro Piperno
Domenico Starnone

Molte inchieste ci hanno parlato della famosa “zona grigia” tra criminalità e finanza, fatta di banchieri accondiscendenti, broker senza scrupoli, politici corrotti, malavitosi di seconda generazione laureati in Scienze economiche e ricevuti negli ambienti più lussuosi e insospettabili. Ma è difficile dar loro un volto, immaginarli nella vita quotidiana. Walter Siti, col suo stile mimetico e complice, sfrutta le risorse della letteratura per offrirci un ritratto ravvicinato di Tommaso: ex ragazzo obeso, matematico mancato e giocoliere della finanza; tutt’altro che privo di buoni sentimenti, forte di un edipo irrisolto e di inconfessabili frequentazioni. Intorno a lui si muove un mondo dove il denaro comanda e deforma; dove il possesso è l’unico criterio di valore, il corpo è moneta e la violenza un vantaggio commerciale. Conosciamo un’olgettina intelligente e una scrittrice impegnata, un sereno delinquente di borgata e un mafioso internazionale che interpreta la propria leadership come una missione. Un mondo dove soldi sporchi e puliti si confondono in un groviglio inestricabile, mentre la stessa distinzione tra bene e male appare incerta e velleitaria. Proseguendo nell’indagine narrativa sulle mutazioni profonde della contemporaneità, sulle vischiosità ossessive e invisibili dietro le emergenze chiassose della cronaca, Siti prefigura un aldilà della democrazia: un inferno contro natura che chiede di essere guardato e sofferto con lucidità prima di essere (forse e radicalmente) negato.

Walter Siti, originario di Modena, vive a Milano. Ha insegnato nelle università di Pisa, Cosenza e L’Aquila. Come narratore esordisce nel 1994 con il romanzo Scuola di nudo, cui seguono Un dolore normale (1999), La magnifica merce(2004) e Troppi paradisi (2006), tutti editi da Einaudi. Nel 2008 pubblica per Mondadori Il contagio (Einaudi 2008), di cui Il canto del diavolo (Rizzoli, 2009) è la naturale prosecuzione, e nel 2010 Autopsia dell’ossessione (Mondadori). È il curatore delle opere complete di Pier Paolo Pasolini ed è autore di vari saggi letterari, tra cui Il realismo è l’impossibile, nottetempo (2013).

L’esordio narrativo di Walter Siti, almeno per gli standard editoriali, è stato piuttosto tardo. Era il 1994. Siti era alla soglia dei cinquant’anni. Alle spalle un’impeccabile carriera accademica. Mi chiedo se tale ritardo nell’esibirsi non sia servito a Siti, da un lato per fornirsi comodamente di quell’esperienza di vita e di quella consapevolezza di sé di cui un narratore ha bisogno; dall’altro, per prendere le distanze, con altrettanta calma, dai suoi amori letterari (Leopardi, Proust, Pasolini). Una cosa è certa: da quel primo libro (si chiamava Scuola di nudo) la coerenza stilistica e la fedeltà a temi e ad atmosfere peculiari sono stati perseguiti da Siti in un modo irriducibile. Come quello di certi stilisti con ambizioni moraliste (Céline, Beckett, Bernhard, Sebald), anche lo stile di Siti è diventato una griffe: l’uso implacabile del presente indicativo e della prima persona singolare, l’ellissi, le metafore, i dialoghi mimetici, le inserzioni saggistiche, la digressione disincantata cui fa da contraltare l’enfasi mistica… Questo stile inconfondibile ha concesso all’alter ego di Siti (che con lui condivide generalità, provenienza sociale, professione, gusti sessuali) di esplorare ambienti tra i più disparati: l’università (Scuola di nudo), la televisione (Troppi paradisi), le borgate (Il contagio). Più che esplorarli, questi ambienti, Siti ha scelto di scarnificarli. La sbornia di vita e l’ardore sociologico hanno preso il sopravvento su qualsiasi tentazione libresca o metaletteraria. Gli eroi di Siti sono borgatari, spacciatori, culturisti, cocainomani, marchettari, soubrette della tv… Uomini e donne iper-contemporanei, privi di storia e di psicologia, intrappolati in un presente senza scampo e senza forma. Non possono fare altro che abbandonarsi alla corrente come gli eroi del suo ultimo libro intitolato (per l’appunto!) Resistere non serve a niente. Stavolta Siti si cimenta con un intrigo balzacchiano (c’è persino un Vautrin alla fine del libro) di finanza e malaffare. Il suo Rastignac si chiama Tommaso Aricò. E, a dispetto del famoso predecessore, ha le idee decisamente chiare su come fare soldi, su come sperperarli, e su come rimodellare il proprio corpo. È encomiabile il modo in cui Siti si mette alla calcagna del suo protagonista. Non lo giudica mai. Lo capisce. I soldi, il lusso, il sesso con la donna dei tuoi sogni, l’inesorabile ascesa verso i piani alti della società. Esiste qualcos’altro per cui lottare? Non per Tommaso Aricò, tanto meno per il suo disincantato creatore. Sono contento di presentare Walter Siti al Premio Strega. Mi pare che ci arrivi al momento giusto. Con un libro che, oltre a essere il migliore della stagione appena trascorsa, impreziosisce la carriera di uno dei nostri scrittori più eminenti.
Alessandro Piperno

Vorrei che tra i libri in concorso per il Premio Strega fosse incluso Resistere non serve a niente di Walter Siti, romanzo che dà una forma letterariamente splendida ai disastri opachi della finanza. Siti racconta l’ascesa del borgataro Tommaso, matematico promettente e broker di successo che, pur concedendosi tutti i lussi e molto sesso, gode soprattutto giostrando con la virtualità del denaro. Tommaso non deve solo a se stesso e alla propensione per la matematica la sua carriera. Obeso, col padre in galera, cresciuto da una madre povera cui è visceralmente legato, si è sbarazzato della sua obesità, ha studiato e si è inserito nell’alta finanza grazie alla criminalità organizzata. Questo filo di trama permette all’autore di tratteggiare un quadro progressivamente sempre più spiazzante del mondo contemporaneo, dove legalità e illegalità si intrecciano con naturalezza, l’immaginazione della cosa è aiutata, se necessario, dalla realizzazione criminale della verità effettuale, la democrazia è un giochino snaturato che è sempre più stravinto da oligarchie occulte, la chiacchiera progressista è un blablabla di perdenti volenterosi, resistere asceticamente ai consumi, alla bulimia, al sesso, quando il sangue del mondo è vecchio, è cosa vana, non serve a niente. Questa è in sintesi la materia grezza, ma ciò che più conta è il lavorio della composizione. Siti concede a un ormai collaudatissimo personaggio di scrittore-professore della nostra contemporaneità (il Walter Siti degli altri suoi ammirevoli libri, curiosissimo esploratore dell’oggi, sedotto dal male, dallo splendore nero dei soldi e dai vicoli ciechi, amante sfrenato del corpo maschile quando appartiene a barbari vigorosi) l’esibizione di capacità letterarie formidabili. Così ci offre in apertura una scena di garrotamento campano da far invidia al più scafato scrittore di genere. Così mette a punto una riflessione sul corpo-moneta di scambio che è solo un assaggio della sua ormai nota intelligenza di romanziere-saggista. Così gioca programmaticamente col Tommaso pasoliniano trasportandolo, malinconico, sentimentale, sulle vette del crimine perbene, il più astuto, il più carogna che ci sia. Così se la spassa in via eccezionale con la mimesi dei rapporti eterosessuali e, secondo il solito, con quella dei linguaggi in uso nelle conversazioni acute e ottuse del bel mondo e del mondo brutto. Così mette dentro il racconto, e funzionale ad esso, il racconto di come il libro è nato (all’origine c’è uno scambio che Tommaso propone a Siti-personaggio: tu scrivi la mia storia e io compro la casa da cui ti vogliono sfrattare permettendoti di restarci), di come il libro si è organizzato (riesumazione del narratore onnisciente), di come ha violato la sua stessa organizzazione (basta col narratore onnisciente). Il risultato è un romanzo memorabile dove la materia, ardua innanzitutto nel gergo che la designa, è plasmata con strumenti molto affilati e maneggiati con abilità. Psicologie, sentimenti, l’umanità tutta dei personaggi – il primo termine di paragone – è di continuo ricondotta a un secondo termine pescato in abbondanza tra le masserizie delle transazioni finanziarie. L’impressione, alla fine, è un torcersi sofferente delle intelligenze dentro un mondo di segni puri, senza referente, godurioso e insieme terrorizzato, su cui l’happy end si distende peggio di un sudario sopra l’agonia. 
Domenico Starnone