Elvis Malaj

Elvis Malaj
Dal tuo terrazzo si vede casa mia
Racconti Edizioni


Proposto da
Luca Formenton

Fra due case che si vedono l’un l’altra potrebbe esserci una strada. Lastricata e sicura, a volte, ma più spesso tortuosa, o liquida come il mare fra l’Italia e l’Albania. La via fra le sue onde è faticosa come una lingua da imparare, andando e tornando, pensando una cosa e dicendone un’altra. Ma non sono soltanto le parole a mutare, ad assumere nuovi significati in questo relato sono i fatti stessi e le persone che troviamo sul cammino. Sempre a metà del guado, Elvis Malaj ci restituisce qualche tappa di questo percorso: due mondi, due lingue, fra noi e loro, me e te. Declinazioni dell’inadeguatezza – per forza di cose – poiché a camminare in cima al bordo si finisce per barcollare, e non corrispondere ad alcuna definizione. E così una prima volta non sarà mai abbastanza bella, o abbastanza prima, un approccio mai abbastanza azzeccato, una battuta mai capita fino in fondo, e una metafora? O troppo astratta o presa troppo alla lettera. E qualche volta, per evitare il confronto, si chiederà scusa e si scapperà via approfittando di un incidente; oppure si preferirà il silenzio sin da subito e l’incidente lo si andrà a cercare. Si indosserà una maschera per diventare le persone che vogliamo. Perché il confine, sfumando, è tra finzione e realtà. Dal tuo terrazzo si vede casa mia è l’invito a venire dall’altra parte, a scendere di casa e passare per quella strada. Un’istanza di condivisione e meticciato, di sguardo altro, di cui sentiamo il richiamo.

Elvis Malaj è nato a Malësi e Madhe (Albania) nel 1990. A quindici anni si è trasferito ad Alessandria con la famiglia. Oggi vive e lavora a Padova. È stato finalista al concorso 8×8, e ha pubblicato racconti su effe e nella rassegna stampa di Oblique. Dal tuo terrazzo si vede casa mia è il suo esordio.


Luca Formenton

«Ho salutato con interesse la scelta di Racconti edizioni, una piccola casa editrice romana, di puntare su uno scrittore esordiente a cavallo tra due identità, quella albanese e quella italiana, come loro primo autore compiutamente italiano. Trovo salutare che in un paese in cui la legge sullo ius soli è rimasta impantanata nelle secche delle camere, i nuovi scrittori italiani non facciano più di cognome solo Rossi o Bianchi, ma Malaj, Scego, Brahimi, Vorpsi, Lakhous; che a vincere il festival di Sanremo sia Ermal Meta e i ragazzi ascoltino rapper che di nome fanno Ghali; che nascano case editrici fatte da italiani di seconda generazione come le edizioni SUI e che autori di altre lingue come Jhumpa Lahiri e Tahar Ben Jelloun si misurino con la nostra.
Quella di Elvis Malaj è una voce narrativa autenticamente nuova in epoca di autonarrazioni compiaciute e lingue esibizioniste, e proprio nel riaffermare la centralità delle storie la sua prosa mette in scena una letteratura di guado, un invito ad affacciarsi dal terrazzo e a guardare i nostri dirimpettai, come facevano gli albanesi dal tubo catodico sognando un Occidente sgargiante che nei fatti non si è rivelato tale. Nei racconti di Malaj – perché di racconti si tratta e questo mi pare un altro motivo di interesse – si misura tutta la distanza tra il sogno e la realtà, e si mostra cosa voglia dire essere outsider, in Italia come in Albania.»

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