Proposte

I libri proposti dagli Amici della domenica.

L’ombra del vulcano
proposto da:
Claudia Durastanti
«È raro imbattersi in romanzi dotati di un forte desiderio formale, o in libri innamorati di altri libri (in questo caso si tratta di Malcolm Lowry tradotto dallo stesso Rossari) che siano capaci di uscire illesi dalla competizione con quello che la letteratura ha rappresentato nella propria vita. L’ombra del vulcano è uno di questi romanzi, in cui la dedizione alla scrittura e al senso della parola viene corretta e sfidata da un altro tipo di amore, più carnale e privato, intimo e levigato dal tempo, proprio nel momento in cui si avvicina alla dissoluzione. È la storia di una vertigine sentimentale, con una lingua calda ma molto precisa, capace di seguire il mondo in cui l’inizio si sviscera nella fine. La meticolosità del ricordo nel descrivere il legame con una persona amata mi ha ricordato l’ossessione analitica di Annie Ernaux in Perdersi, ma l’amore è solo un pretesto, o forse è tutto, mentre ribolle sotto un’inquietudine che porta altrove.» (C.D.)
immagine per Lo Stemma
proposto da:
Sandra Petrignani
«La passione letteraria di Fulvio Abbate è anche spesso passione civile. In questo Stemma che si presenta programmaticamente come una sorta di anti-Gattopardo, la scena è naturalmente la Sicilia, in particolare Palermo, l’epoca: i nostri giorni. Vi si muovono molti personaggi appassionanti e non solo caricaturali. Dalla protagonista Costanza Redondo di Cosseria, principessa decisamente stupida, a varie altre figure non meno intellettualmente modeste, che credono però di essere il centro del mondo in un vivace teatro cittadino, in cui non ci vuol molto a riconoscere un’umanità non solo siciliana. C’è Vittoria Cilona della Ferla, insostenibile dama letteraria che sta scrivendo il seguito del romanzo di Tomasi di Lampedusa; e c’è Duilio Vitanza, usciere regionale con l’hobby della divinazione; e Penny Capizzi, giovane mafiosa molto femminista; e Ruggero Barraco, pierre di eventi culturali che prova a conquistare l’appalto del Carro del Festino di santa Rosalia; e Sergio “Brando” Sucato, rappresentante di moquette rigorosamente bianche; e infine il barone Carlo Sicuro, cugino di Costanza, l’unico nell’intero racconto a essere dotato di coscienza. Basta forse la passerella di simili personaggi a rendere chiaro il centro e il senso di questo romanzo, serio e spassoso: l’illustrazione di un particolare talento, quello della mediocrità. Dicevo dell’anti-Gattopardo, libro che tutti abbiamo amato, ma non certo per l’uso e l’abuso che ne viene fatto da certi scrittori siciliani comodamente sistemati nella sua ombra. In questo senso è interessante che il romanzo di Fulvio Abbate custodisca una (amara) riflessione sui luoghi comuni e la retorica cresciuti intorno a un topos letterario tra i più accreditati dal “turismo” letterario nazionale, quello che guarda la Sicilia – e segnatamente Palermo – come luogo narrativamente “magico”, costituendo un genere imperdibile, di sicuro impatto ben oltre le sue qualità, e che rende quindi la letteratura nient’altro che folclore. La forza di questa critica all’interno di un’opera sapientemente costruita dal punto di vista narrativo, mi fa ritenere Lo Stemma un ottimo candidato al Premio Strega 2024.» (S.P.)
il buio delle tre
proposto da:
Saverio Simonelli
«Ci si trova davanti questo titolo: Il buio delle tre ed è facile pensare alla fantomatica ora del diavolo, spicchio di notte fucina di inquietudini, ma di diabolico questo romanzo di Vladimir Di Prima non ha nulla, e più che di inquietudine è meglio parlare di spasmodica tensione verso una meta per il protagonista apparentemente irraggiungibile. Sì, perché Pinuccio Badalà, figlio di un sindacalista orrendamente sfigurato nell’attentato alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, ha fissato da quel giorno il suo obiettivo, farsi pubblicare, esistere nel mondo dell’editoria, credere fermamente nell’avverarsi di un sogno che nasce improvviso ma, come accade per tutte le passioni, imbocca irrefrenabile un piano inclinato che conduce inevitabilmente all’incrocio con la realtà. Di qua il giovane di una provincia sonnolenta, di là il caos intermittente e indecifrabile di un mondo che sembra ai suoi occhi vogliosi di notorietà non dormire mai. Lì c’è umanamente e disumanamente un po’ di tutto: amici inaffidabili, consiglieri strategici e millantatori fuorvianti, agenti voltagabbana, perfino un premio Nobel prodigo di esistenziali quanto superflui consigli, tutti personaggi che orbitano attorno a quel pianeta luminoso come una stella, vaporoso come un miraggio, in un confronto impari per cui ad altrettanti rifiuti corrisponde nella mente frustrata di Pinuccio una pervicace e paradossalmente inscalfibile fiducia nei propri mezzi. Sarebbe comunque sbagliato limitarsi ad accogliere questo testo come una grottesca fotografia di un ambiente culturale in decadenza, c’è invece ne Il buio delle tre soprattutto l’evidenza di quella inevitabile sproporzione tra l’ampiezza di un desiderio umano e le strettoie anguste del mondo reale. Impossibile combaciare, possibile invece continuare a sperare, una speranza che Di Prima con la sua prosa empatica ma mai indulgente lascia balenare oltre l’ultima pagina, proprio come un miraggio che in fondo potrebbe anche non essere tale.» (S.S.)
Nella casa accanto
proposto da:
Raffaele Nigro
«Non si può ignorare quello che accade nella casa accanto, dal momento che essa impegna la nostra umanità e il nostro quotidiano. Ancor più quando i vicini di casa, come in questo romanzo, sono una madre, una figlia adolescente e la nonna. Emerge dalla storia origliata attraverso i muri confinanti il conflitto tra generazioni ed epoche storicamente diverse. Mentre si alternano slanci di reciproca abnegazione e interrogativi. Nonna e madre sono al tempo stesso madri e ognuna si chiede se si riesca a tollerare che la figlia, che è anche nipote, possa intendersi meglio con l’una o con l’altra. Il romanzo diventa così un susseguirsi di interrogativi di sentimenti contrastanti, di tentativi di scavo psicologico, di ripicche e di slanci di affetto seguiti da reazioni e dubbi. Ognuna delle tre protagoniste è continuamente assalita da interrogativi e da reazioni inattese, in un gioco psicanalitico formidabile. Come in un labirinto si aprono porte di altre abitazioni, dimore della memoria e dello spirito e le tre figure entrano ed escono da ambienti diversi e contigui, si avvicendano sulla scena, invitandosi l’un l’altra ad intervenire nella discussione e a mettere in evidenza i propri conflitti interiori, le proprie difficoltà di vivere il presente. Intrecciate nella genealogia e nelle difficoltà del complesso legame, le tre donne si confrontano e fanno sì che si confrontino anche tre epoche storiche e si misurino nel faticoso ma fertile cammino che è anche cura reciproca e ricerca di aiuto. Il dialogo diventa così un mezzo terapeutico per raggiungere una resurrezione individuale.» (R.N.)
immagine per Controluce
proposto da:
Maria Cristina Donnarumma
«La storia che racconta Maria Pia Romano nel suo romanzo Controluce è delicata e forte al tempo stesso. Vari personaggi, Vlad, Sergio, la vecchia madre di Sofia, si intersecano con i protagonisti, Sofia e Leonardo, che ci coinvolgono e ci inducono ad accompagnarli nelle loro passioni, che, per lungo tempo e soprattutto per la scarsa volontà di entrambi, appaiono inconciliabili. Sofia è una pittrice e per caso incontra per la prima volta Leonardo a una sua mostra e non nasconde che dipingere, l’amore per i gatti, non solo quelli di casa, ma anche i randagi e poi il mare, in qualsiasi stagione, sono la sua ragione di vita. Leonardo ha una vita metodica e ben organizzata, pertanto il laboratorio, in cui studia i fenomeni legati all’inquinamento atmosferico, è un rifugio necessario per allontanarsi dalla consuetudine dispersiva del fuori e non può mettersi in discussione; a sessant’anni non ha ancora smesso di appassionarsi al suo lavoro e la vita da eremita e un’innata indisposizione ad aprirsi: sono il suo modus vivendi, motivo per il quale seleziona con cura impegni e obiettivi da perseguire. Improvvisamente, però, le sue certezze cominciano a vacillare e “il pensiero di Sofia è arrivato come un tuono sul suo orizzonte calmo, portando in dono vibrazioni impensabili e paure da scacciare…per non essere travolto da quella scia di luce, ha scelto di immergersi nella ricerca ma… sente riaffiorare ancora e ancora il pensiero di lei”. Vorrebbero andare l’uno verso l’altra perché si pensano molto, si pensano intensamente, ma le reciproche paure, soprattutto quelle di Leonardo, li rallentano e li frenano. I vari capitoli del libro, dallo stile naturale, elegante, moderno, colloquiale, sono talvolta intervallati dalla descrizione delle tele che sta dipingendo o ha appena terminato di dipingere Sofia perché rappresentano i suoi sentimenti del momento e i suoi stati d’animo.» (M.C.D.)
Willy. Una storia di ragazzi. Il delitto di Colleferro: inchiesta su un massacro
proposto da:
Martina Testa
«Visto che da anni, o in fondo da sempre, il Premio Strega non è un premio riservato a chi scrive fiction, storie di invenzione, ma si va aprendo sempre più anche alla pura narrazione del reale, segnalo con piacere all’attenzione del Comitato direttivo Willy. Una storia di ragazzi. Christian Raimo non si è inventato nulla di questa storia, ma si è inventato un modo per raccontarla. Di fronte a un episodio agghiacciante quanto tragicamente comune, dei giovani maschi che ne uccidono un altro in una rissa, Raimo sceglie di tenersi all’esterno del fascio di luce che i riflettori mediatici gettano sui colpevoli e sulla vittima, e da ogni potenziale morbosità che questo punto di vista porta con sé. Il suo racconto si muove piuttosto in cerchi concentrici verso l’esterno, illuminando via via gli altri protagonisti della vicenda e l’intera comunità locale, partendo dai tavolini di un bar per estendersi a tutto il piccolo centro di provincia, i comuni limitrofi, la storia di quei luoghi, lo sviluppo di un intero Paese. È un racconto a più voci, plurale: a partire dal frequente “noi” in cui a Raimo si affianca un prezioso collaboratore, il giornalista e attivista Alessandro Coltré, per estendersi alle testimonianze e alle riflessioni di decine di altre persone; un’indagine che non arriva né vuole arrivare a una “nuova verità” sul caso di cronaca, ma che è avvincente, generosa, caparbia nel suo sforzo inesausto di rivelare un contesto: il contesto, concetto raro e prezioso nell’epoca dell’eterno presente, dell’eterno primo piano, dell’eterno autodefinirsi. Una sconfinata curiosità accompagnata dalla passione civile, una fiducia insopprimibile nella possibilità di indagare il mondo per capirlo e per cambiarlo animano da decenni la scrittura di Christian Raimo, e Willy. Una storia di ragazzi ne è un esempio quintessenziale: oggetto letterario e gesto politico, indagine conoscitiva e atto di fede.» (M.T.)
Il Gregge
proposto da:
Wanda Marasco
«Tra guitti circensi, atmosfere felliniane e prospettive apocalittiche, Davide Grittani conferma la vocazione a interrogare la letteratura su temi forti, a indagare le coscienze “degli spettatori dello sfascio”. In particolare con Il gregge, che vorrebbe essere un romanzo sulla deriva etica dei nostri tempi, grazie alla sua capacità di indignarsi Grittani ci consegna in realtà una pungente riflessione sulla mediocrità. Un romanzo attualissimo, che inchioda alle responsabilità morali di ciascuno di noi e fa luce sul profondo (e storico) razzismo che si agita sotto la pelle del nostro Paese. La campagna elettorale di una città ideale – facilmente rinvenibile nella Capitale morale d’Italia, Milano – si trasforma nel “diario della ferocia” di alcuni amici che si ritrovano dopo aver fatto il liceo insieme, tutti cambiati tranne uno. Il protagonista senza volto e senza nome de Il gregge, che assiste alla conversione di quella piccola congrega senza peccati in uno spietato branco senza scrupoli. Con una lingua alta, come nei libri precedenti, e una scrittura visiva, cinematografica, molto sensoriale e discepola del teatro pirandelliano dell’ignoto, Grittani racconta un modello civico aberrante, in cui bisogni e sopravvivenza sono gli unici maestri cui val la pena obbedire. Nella giostra degli orrori a cui non si fa più caso, il vero reality è quello di cui siamo protagonisti.» (W.M.)
Nostra signora delle nuvole
proposto da:
Roberto Ippolito
«È possibile stare con i piedi ben piantati a terra eppure contemporaneamente averli anche in aria: la dettagliata e documentata realtà delle pagine di Nostra signora delle nuvole di Mirko Zilahy, pubblicato da HarperCollins, tocca anche l’irrealtà. Del resto il cuore vola quando la madre, protagonista del romanzo, fatica per far diventare grandi i figli (e tentare di vivere la propria vita). E il cuore vola a modo suo quando un figlio, l’autore, fatica a diventare grande e a trovare la propria strada. Mirko Zilahy avvertiva dentro di sé come un debito il bisogno di dire com’è stata sua madre. Lo fa con le armi della letteratura, pescando proprio nei suoi stimoli e nella sua forza. Dando conto di lei e degli altri personaggi, anche impietosamente, sia del bello che del brutto della quotidianità sin da quando era piccolo. Le nuvole camminano, la vita cammina e poi…» (R.I.)
immagine per Le stanze dei giardini segreti
proposto da:
Paolo Ferruzzi
«Ho letto tanti libri in questi ultimi mesi ma senza ritrovarmi in alcuno di essi. Poi ho letto un libro che mi ha fatto volare con le ali della fantasia al soffio del vento che nel vortice porta con sé cose e fogli con parole scritte. Come il vento dell’uomo dal cappello dalle larghe tese nere, come il vento di Manalive di G.K.C. Ricordate come in Manalive Innocenzo nasce? Dal vento! Da quel vento che si leva alto a occidente come un’onda d’irragionevole felicità portando con sé “il nevoso aroma delle foreste e la gelida ubriachezza del mare e che in mille buchi e cantucci ristora la gente come un boccale di vino fresco e la sorprende come una percossa”. Da quel vento che “nelle stanze più riposte di case labirintiche e recondite, suscita come un’esplosione domestica e semina l’impiantito di fogli professorali, tanto più preziosi quanto più fuggitivi”. E risveglia drammi in esistenze senza dramma, e suona le trombe della crisi sul mondo. Da quel vento che giunge, spacca il cielo e scarica a destra e a sinistra la nuvolaglia e spalanca le grandi fornaci radiose dell’oro serotino. E il vento nelle Stanze dei giardini segreti di Nevio Casadio, irrompe come un meteorite improvviso può cadere in una Romagna a me sconosciuta, in una “Marmont” sperduta, in un mulino abbandonato come nella “Zona” tarkovskijana dove la forza dei sogni fa smuovere i bicchieri ricolmi di vino rosso alle more. E ho letto un libro a voce alta per chi mi stava vicino e ancora di nuovo per chi lontano ascoltava senza essere veduto e che ne voleva risentire brani perduti del “bacio dell’innocenza”, l’eco nella “stanza del cimitero dei nomi abbandonati” e il soffiare “su quelle lettere scomposte e disegnate nell’aria, come per dire che tutto vola via e che sotto quelle lettere non c’era niente, fumo e basta”. E ho letto un libro e mi sono sentito, in un’isola felice sul mare, in un mulino quale custode “dei resti di gente sfiorita” e di “luoghi dove incontrare sé stessi lungo il filo dei sogni”. E ho letto un libro dove si anagramma la realtà per raccontare, in una stanza vuota, la storia ancora più vera del “saliorgezivo” evocato nella struggente amicizia neppure intaccata “dall’invidia della terza sigaretta accesa”. E ho letto un libro che idealmente colloco tra le cose care nella “stanza degli amici” perché mi possa aiutare a trasformare la bruttura in bellezza, l’inutile in fantastico, il bistrattato in meraviglia, perché Le stanze dei giardini segreti è poesia e fantasia, è tutto ciò che aiuta per essere “l’autore dei propri sogni”.» (P.F.)
dove la luce
proposto da:
Gad Lerner
«Propongo al Premio Strega il romanzo di Carmen Pellegrino Dove la luce perché mi ha sorpreso la riuscita felicissima di un’impresa che sulla carta avrei creduto pretenziosa: affrontare senza narcisismo ombelicale le dinamiche familiari, l’autocoscienza di una donna nata in un paesino del Sud – non sarà un caso se ormai le scrittrici meridionali fanno da battistrada alla narrativa italiana – intrecciandole con la ricerca storica che resta la seconda attività della scrittrice. Ecco allora, al centro della trama, un’interpretazione femminile, poetica, inedita sul mistero della scomparsa dell’economista Federico Caffè nel 1987; racconto dichiaratamente visionario che rivela però un retroterra di studio approfondito sull’Italia di quegli anni. L’erudito accademico Caffè, che non ha mai voluto ignorare le ripercussioni della sua scienza triste sulla realtà circostante, troverà nell’incontro casuale con un uomo ridotto in miseria, Milo, un esito imprevisto: la catarsi dello scomparire. Ad accompagnarlo in questo percorso finalmente non più solitario verso il nulla sarà la corrispondenza con l’adorata Simone Weil (Adolphine), punto di riferimento esistenziale e filosofico dell’autrice stessa. In definitiva: un romanzo onirico che sa essere al tempo stesso romanzo storico e sociale; plasmato con maestria da una letterata colta senza mai essere distaccata. Proprio come Federico Caffè.» (G.L.)
immagine per Chi dice e chi tace
proposto da:
Matteo Motolese
«Delle persone che ammiriamo, che desideriamo, anche prossime, non sappiamo che quello che vediamo. Pochissimo, quindi. È così anche per Vittoria, una donna piena di angoli bui che negli anni Settanta arriva a Scauri, un paese del basso Lazio dove sa che non incontrerà persone della sua vita precedente. Vittoria a Scauri arriva accompagnata da una ragazza, Mara, che è così giovane da poter essere sua figlia ma che sua figlia non è. Con lei Vittoria convive per vent’anni. Aprendo una pensione per cani, nuotando ogni mattina, passando con leggerezza il tempo in una vita che sembra al di sotto delle sue qualità. Ma quante persone così capita di incontrare? Tutti la osservano, in paese; negli anni, la sua figura elegante diventa familiare, le domande si quietano. Poi un giorno Vittoria viene trovata morta nella sua vasca da bagno. Una fine improbabile, che il paese accetta perché sa capire le disgrazie e tace. È da qui che inizia il romanzo. Dalla telefonata che l’avvocata Lea Russo riceve nel suo studio mentre è alle prese con un piccolo caso di rissa tra minori. Chiara Valerio sceglie la forma dell’inchiesta, dell’indagine per scrivere un romanzo di rara intensità, ritmato con straordinaria sapienza narrativa, sull’ambiguità dei nostri desideri, su come ciò che sappiamo degli altri – quelli che ammiriamo, che amiamo – ma anche di noi stessi sia un orizzonte sfuggente, parziale, sempre in movimento. Per queste ragioni sono lieto di presentare questo romanzo per l’edizione 2024 del Premio Strega.» (M.M.) Scauri, affacciato sul Tirreno, è l’ultimo paese del Lazio, un posto né bello né brutto, con una sua grazia scomposta. Qui negli anni Settanta si trasferisce Vittoria, è arrivata assieme a Mara, forse l’ha adottata, forse l’ha rapita, si dicono tante cose. Vittoria, con la sua risata che comincia bassa e finisce acuta, è una donna distaccata e affabile, accogliente ed evasiva; ha comprato una casa nella quale tutti possono entrare e uscire, ha aperto una pensione per animali quando in paese i veterinari si preoccupano solo di mucche e conigli. Vittoria non ha mai litigato con nessuno, non ha mai cambiato taglio di capelli. La sua generosità è inesauribile, alcune sue abitudini sono diventate moda comune. Il paese non la capisce, eppure si sente attratto da lei. Vittoria viene ritrovata morta nella vasca da bagno, uno stupido incidente, una fine improbabile. Il paese accetta, perché sa capire le disgrazie e tace, Lea Russo invece no. Lea, che fa l’avvocato, ha un marito, due figlie e una vita ricca di impegni, è sempre stata affascinata da Vittoria. Non vuole accontentarsi di ciò che ha avuto sempre davanti agli occhi. Vuole capire come è morta Vittoria, e chi era davvero. Ciò che emerge della donna, del suo passato insospettabile, spinge Lea Russo lungo un sentiero su cui è difficile avanzare, e dal quale è impossibile tornare indietro. Qui scopre l’evanescenza dell’identità, la sua e quella di tutti. Qui scopre, senza riuscire a contarle, quante sono le facce della violenza. Storia nera di personaggi, indagine su una provincia insolita, ritratto di donne in costante mutazione. In Chi dice e chi tace niente rimane mai fermo, le passioni, le inquietudini, le verità e gli enigmi, i silenzi del presente e il frastuono del passato: tutto sempre si muove, tutto può sempre cambiare.
in piena luce
proposto da:
Francesca Pansa
«Il mondo dell’infanzia, il suo sguardo in cerca della verità nelle cose perché, come ci insegna Walter Benjamin, i bambini vogliono una rappresentazione chiara e comprensibile e non infantile. Ma Lucetta e Daniele, i due piccoli eroi del romanzo di Daniela Matronola, non comprendono le incongruenze celate nelle tante preghiere da recitare ogni giorno, né le piccole crudeltà a cui li sottopone la loro pur bravissima Maestra Suor Fiore, né le sue strane frequentazioni. Con un taglio netto e rigoroso delle scene narrative, Matronola ci introduce in questo universo in parte misterioso dove ciò che resta incompreso o ambiguo è il pezzo per eccellenza mancante nel successivo mosaico di esperienze.  Dove anche gli invincibili eroi televisivi piangono e si disperano. Nella strategica scansione in tre epoche temporali (il passato dei bombardamenti nel ’44, il presente dello scandalo per doping di Merckx e il futuro di chi è ormai adulto e vorrebbe chiarirsi) In piena luce analizza in un racconto serrato e avvolgente la complessità di un’età fragile e decisiva per il destino di ognuno.» (F.P.)
La ragazza eterna
proposto da:
Nicola Lagioia
«La fine di un amore, il fine vita, il senso del sacro nella contemporaneità. Era tempo che non leggevo un romanzo capace di raccontare così bene la nostra epoca. La ragazza eterna di Andrea Piva affronta strade decisamente poco battute dalla letteratura italiana delle ultime stagioni e forse, proprio per questo, “vede cose”. Mi ha colpito per la forza dei personaggi, l’orchestrazione delle loro vicende, l’uso di una cifra stilistica di gran pregio, ma soprattutto perché dimostra come la forma romanzo sia ancora qualcosa di non sostituibile, poiché dell’esperienza umana (il nostro sentimento di essere temporaneamente al mondo) sa cogliere elementi che nessuna altra narrazione riesce a mettere in luce. Un romanzo di questo tipo prende corpo di solito nel silenzio e nell’attenzione, gli stessi in cui sembra essersi avvolto il suo autore, piuttosto schivo e lontano dai clamori, motivo in più perché un premio importante come lo Strega lo valorizzi.» (N.L.)
Un invincibile inverno
proposto da:
Cesare Milanese
«Nicoletta Bianconi, nel suo romanzo Un invincibile inverno, a un certo punto cita due strofe di una poesia di Camus. Nella prima delle due strofe si dice: “Ho compreso, infine, / che nel bel mezzo dell’inverno / vi era in me / un’invincibile estate. / E che ciò mi rende felice.” Nella seconda strofa, invece, si dice: “Ho compreso, infine, / che nel bel mezzo dell’inverno / vi era in me / un invincibile inverno.” Ecco trovato, da parte dell’autrice, il titolo e il contenuto del libro. Ciò che accade nel libro è ciò che accade alla protagonista come personaggio unico, la cui vicenda di vita complessiva può essere riassunta in pochissime parole. Quelle che bastano per dire di un’esistenza ridotta alla sua nuda proprietà. Di preciso, di lei, si sa soltanto del suo essere pervasa da un’assurda possessione d’amore rappresentata da un’immagine d’uomo, di cui non si sa bene se esista. Ma che lei, nel suo delirio, pensa che esista, sia perché lui, nella vita di lei, ci sarebbe già stato come uomo reale, sia perché lei continua ad attendere che lui ricompaia. Il che non accadrà. Certo, la sua psicoanalista, che è una lacaniana, potrebbe ben dirle che lei, la sua paziente, è un caso esemplare di “mancanza ad essere”. Ma non le dice nemmeno questo: in realtà non le dice niente. Sta di fatto, però, che è nella sala d’attesa del suo studio che questa sua paziente reperisce un libro di Maurice Blanchot: La struttura del disastro. Certo si tratta del “disastro” che agita lo “spazio letterario”, ma è naturale che questa paziente identifichi il disastro del discorso letterario con il disastro esistenziale. Un disastro dal quale non sembra esserci riscatto o superamento, tranne nei momenti in cui i tormenti dell’inquietudine si placano in virtù dei correlativi emotivi derivanti sia dall’ascolto di certa musica, sia dalla visione di certi film, sia dalla lettura dei libri da lei culturalmente sentiti come più suoi.» (C.M.)
immagine per Il ritorno è lontano
proposto da:
Marco Antonio Bazzocchi
«Ci sono domande che da anni ci assillano e alle quali non troviamo risposta: quale sarà il destino del pianeta? Troveremo il modo di risacralizzare il mondo ormai sfregiato? Le ribellioni delle giovani generazioni sono giuste? L’educazione e la famiglia hanno ormai esaurito il loro compito? Quali sono i rapporti tra genitori e figli? Alessandra Sarchi non ha risposte, come non le ha nessuno di noi, ma sa costruire una architettura narrativa calibratissima dentro la quale queste domande riecheggiano come voci che rimbalzano sui muri di una casa vuota. Il ritorno è lontano: così si intitola il suo romanzo, prendendo un verso di Fortini che troviamo in epigrafe e in conclusione. Il ritorno da dove? Da qual luogo buio e fangoso in cui ci troviamo immersi, da questa condizione di stallo e di continui, inutili proclami che mostrano la stoffa ormai lisa delle ideologie. Sarchi punta l’obiettivo su situazioni concrete, sui piccoli accidenti del quotidiano, restringe più che può il suo microscopio su pochi individui che si trovano presi in una avventura dove ognuno si riconosce, soffre, aspira a una catarsi quasi impossibile. Un padre, una madre, una figlia: basta questo per costruire un dramma del vivere che si allarga a cerchi concentrici e diventa il perimetro dell’esistere. Se il ritorno è lontano, Sarchi sa comunque tessere una storia che è “l’incanto del sonno”, come dicono sempre i versi di Fortini. Non ci sono risposte, ma le passioni sono quello che ci interessa, almeno ora.» (M.A.B.)
immagine per Umor Vitreo
proposto da:
Ilaria Catastini
«L’invidia è al centro di questo romanzo di Paola Musa, poetessa e scrittrice sardo-romana dalla penna elegante e profonda, che ha deciso di dedicare diversi anni di scrittura a un progetto narrativo sui sette vizi capitali. Un paese entra in un periodo di dittatura per mano di un uomo e della sua donna, Marla Naiges, un passato di violenze familiari, una personalità torbida e distruttiva. Marla vive in bilico tra la non accettazione di ciò che è, dei suoi limiti, del suo drammatico passato e il sentimento di odio-amore nei confronti della protagonista io narrante, Ania, che ha conosciuto nella sua infanzia segnata dalla povertà di un villaggio di minatori. La piccola Ania possiede tutto quello che Marla non ha e non potrà mai avere: un padre buono che la rispetta, una madre intelligente, la possibilità di studiare, vestiti e scarpe di buona fattura, una casa decorosa, un fratello che invece a lei è morto, per sua colpa. Da adulta, Ania ha un marito che la ama, ha un figlio, che invece lei ha perso. Marla si insinua in ogni piega della vita di Ania, la quale ne è soggiogata fin da bambina. Quando Marla diviene la moglie del dittatore, Ania con la propria famiglia continua a essere oggetto di una incessante invasione alla quale non riesce a sottrarsi, nonostante il disagio, per paura delle conseguenze. Alla fine dei suoi giorni Ania decide di raccontare a un giornalista i dettagli del suo rapporto con la “diavolessa”, come il popolo usava chiamare Marla, per liberarsi di un peso insostenibile durato una vita e causa di tante sofferenze. Musa ha la capacità di scavare nell’animo umano, perfora la superficie portando alla luce le ombre e il buio della coscienza. In questa prova magistrale mette insieme gli ingredienti di un sentimento che è dentro ognuno di noi, che spesso si fatica a controllare e che condiziona la vita e la felicità degli uomini più dell’amore. Per questo motivo intendo segnalare Umor vitreo, di Paola Musa, all’edizione 2024 de Il Premio Strega.» (I.C.)
La regina che amava la libertà
proposto da:
Mirella Serri
«“Era nato caratterizzato da una voce forte e squillante”: ma poi come scriverà Cristina Augusta di Svezia nella sua autobiografia “un grande imbarazzo prese le donne quando scoprirono di sbagliarsi”. La levatrice e le sue assistenti si accorsero di essere incappate in un errore: il presunto neonato era una neonata. Era una bambina che, divenuta adulta, con quella “voce forte” che l’aveva connotata fin da piccolissima, con il suo carattere deciso, forte e ostinato, fece di tutto per far tremare palazzi reali, dimore pontificie, mise in crisi Stati e corti regali e dedicò tutta la sua esistenza per violare i dettami, le regole e le costrizioni dell’epoca in cui visse. Il racconto di Annarosa Mattei La regina che amava la libertà. Storia di Cristina di Svezia dal Nord Europa alla Roma barocca (Salani) è dedicato alla vita della regina che, nata a Stoccolma nel 1626 (e morta a Roma nel 1689), approdò al trono a soli sei anni. Fu nominata a questo gravoso incarico dopo la prematura scomparsa del padre, il re Gustavo II Adolfo di Svezia. E il libro di Mattei si sviluppa come un racconto articolato e complesso, pieno di sorprese e di inaspettati risvolti al pari dell’esistenza della sua protagonista. Scritta con stile lieve ed elegante l’opera di Mattei è soprattutto un inno alla libertà femminile. Ed è anche l’esaltazione di una grandissima intellettuale. Il libro sfugge a tutti i canoni della classificazione più tradizionale: non è un romanzo storico ma è comunque un romanzo che interpreta la complessa e sfuggente personalità di Cristina, la quale amò gli uomini ma anche le donne, che fu educata nell’ossequio della religione protestante ma si convertì al cattolicesimo, che era molto legata al suo ruolo di regina ma che abdicò nel 1654. E che soprattutto fu una donna di importanti letture stimata dal suo maestro Cartesio e dall’architetto Gian Lorenzo Bernini. Il racconto di Annarosa Mattei non è nemmeno un saggio ma rispetta tutti gli obblighi della non fiction, non vi sono vicende o percorsi inventati ed è tutto rigorosamente documentato. Arrivata a Roma in fuga dalla Svezia Cristina si occupò di opere caritatevoli, di arte, musica e teatro. Addirittura diede impulso all’importante movimento culturale che, dopo la sua morte, portò alla fondazione dell’Accademia dell’Arcadia nel 1690.  La forza di Mattei è nella sua voce narrativa la quale dà vita a un libro che è anche un grande affresco della Roma seicentesca.» (M.S.)
Yara Il true crime
proposto da:
Ferruccio Parazzoli
«Con la voce potente del narrato in prima persona Giuseppe Genna ricostruisce la vicenda di Yara Gambirasio, la ragazzina che scomparve e dopo lungo tempo ritrovata cadavere in uno sterpaio di Brembate di Sopra, un paese del bergamasco. La ricerca e l’indagine che coinvolge i mass media e gli abitanti del luogo è ricostruita con gli ossessivi particolari di una tragedia che assume, nello sguardo implacabile del narratore, l’oscurità di un maleficio che coinvolge un’intera comunità. Il dramma dell’innocenza lordata dal clamore di un fiume di parole fa della storia di Yara un’allegoria italiana.» (F.P.)
vico dei miracoli
proposto da:
Paolo Mieli
«Marcello Veneziani ha scritto un libro inconsueto. La vita di Giovanbattista Vico, forse il più importante filosofo della tradizione italiana, narrata come in un romanzo dove ogni dettaglio è veritiero. Il piglio è quello di un cantastorie mediterraneo, arguto e disincantato. La lingua un raffinato impasto di limpido italiano letterario e sapidi intarsi partenopei. Una lunga, appassionata frequentazione, consente a Veneziani di muoversi con disinvoltura, spesso con divertimento – mai con superficialità – tra le vicissitudini di un uomo grande e singolare e la complessità della sua opera. Fa da sfondo una Napoli vivacissima, tra teatri, giochi, devozione, musica e magia. Ma anche la Napoli illuminista che deride e condanna alla solitudine l’autore della Scienza nuova. Vico dei Miracoli. Vita oscura e tormentata del più grande pensatore italiano è un caso unico nel panorama della letteratura italiana contemporanea: una narrazione colta e originale che rinnova (saltando a piè pari le correnti “saghe” familiari) la grande tradizione del romanzo storico del Novecento.» (P.M.)
tutti vivi
proposto da:
Dario Buzzolan
«Desidero proporre al Premio Strega 2024 il libro di Valerio Millefoglie, Tutti vivi. Un romanzo “factual” che, partendo da un doloroso caso di cronaca –  un’auto si ribalta in un fiume, quattro giovani muoiono annegati – ricostruisce un tessuto di vita e affetti – le famiglie che decidono di unirsi e far conoscere la musica che i ragazzi, uniti in una band, avevano composto –  e, con una gestione di continuo sorprendente del tempo e una lingua lontanissima dal “grado zero” della cronaca, compiutamente letteraria, si spinge fino a domande sull’esistenza che fanno di Tutti vivi, anche, un testo genuinamente filosofico. Un libro coraggioso che dice l’indicibile, che pensa fino in fondo ciò che per quieto vivere cerchiamo di scacciare – da padri, da fratelli, da amici, da esseri umani – tutte le volte che ci imbattiamo in “ordinarie notizie di cronaca”». (D.B.)
immagine per La casa delle orfane bianche
proposto da:
Gioacchino De Chirico
«La casa delle orfane bianche è un regalo prezioso. Con un titolo che sembra riecheggiare Stephen King, Fiammetta Palpati scrive una storia molto vicina a tutte le donne che si trovano il carico dell’accudimento dell’anziana madre. Ma nulla di lamentoso e di patetico attraversa il romanzo, che si fa ancora più forte e interessante grazie a una scrittura di altissimo livello, precisissima, che transita disinvoltamente dal letterario al popolare, dal vernacolo al pop. La fantasia geniale della scrittrice mette insieme tre vecchiette e le rispettive figlie di mezza età, le “mescola”, le “scambia” e le fa agire come se la casa fosse una festosa alternativa utopistica al mondo conservatore della cura nelle istituzioni. Come tutte le utopie, però, la festa degrada rapidamente; tanto che le tre donne sentiranno l’urgenza di ricorrere a una badante. A bussare alla porta sarà in realtà una suora fasulla che si scopre poi essere una barbona interessata solo al cibo, portatrice non di salvezza ma di un estremo bisogno. Un bisogno nel quale le tre donne si rispecchieranno scoprendo di essere appunto «orfane bianche», figlie di madri-bambine, e a loro volta mai state compiutamente figlie. Non c’è un vero lieto fine, ma piuttosto una danza collettiva, una sarabanda dolorosa, ma necessaria e perciò benefica, dalla quale le tre protagoniste usciranno finalmente adulte.» (G.D.C)
immagine per Marie Gulpin
proposto da:
Lorenzo Pavolini
«Esponente di spicco del partito di estrema destra Enfants de la Patrie, Marie Gulpin è la nuova Presidente della Repubblica francese. Impegnata a dimostrare come la pena di morte sia utile e necessaria alla causa dell’umanità – rovesciando la massima di Beccaria – ne ha ottenuto la reintroduzione per referendum, quando era guardasigilli. Ma suo figlio diciottenne, Luigi, viene arrestato, colpevole di aver spinto il tunisino Hadiudi sui binari del metrò, in un gioco criminale chiamato poussez le mannequin. Sarebbe dunque destinato a diventare il primo utente della ripristinata ghigliottina. Ascesa e caduta del populismo in Europa, bastano pochissime pagine del romanzo di Marco Mantello perché i tratti della civiltà occidentale in tutto il suo desiderio di controllo e spirito di potenza indossino i panni dei suoi personaggi, esplodano nei loro dilemmi e nelle ambiguità, a partire dalla inaffidabile narrazione di Cesare, terzo marito di Marie, maschilista, reazionario, leguleio italiano emigrato in Francia. Il romanzo di Marco Mantello inventa la verità del presente da una distanza temporale incalcolabile e attuale. Sul tavolo del lettore brillano gli ingredienti tossici che fondano il nostro ordine, le prassi punitive esercitate dalle forze di polizia europee su specifiche fasce di popolazione e su specifiche aree urbane, il terrorismo internazionale, i sistemi di videosorveglianza, i dibattiti mediatici trasformati in tribunali paralleli, la crisi delle periferie. Echi investigativi alla Sciascia – lo scrittore preferito di Cesare – si fondono a uno stile asettico e freddo, che poi si fa sempre più emotivo, fino a esplodere nella follia della voce narrante. Una follia familiare che diventa nazionale e viceversa, dove il complesso di Edipo si rovescia nella perenne ricerca di vittime colpevoli, al solo fine di salvare sé stessi.» (L.P.)
immagine per Dalla stessa parte mi troverai
proposto da:
Franco Di Mare
«In anni di celebrazione dell’oblio, in nome di un pur comprensibile desiderio di voltare pagina e arrivare a una memoria condivisa, a una pacificazione, al superamento degli anni di piombo e dunque al miracolo del perdono che unisce le vittime nel dolore, irrompe con la potenza di uno tsunami Valentina Mira con Dalla stessa parte mi troverai. Da quale parte? Da quella del giusto (che non coincide sempre con la giustizia) da quella della Storia (che non sempre la racconta com’è andata) da quella delle vittime (che non possono condividere le responsabilità dei carnefici). In questo potente romanzo Valentina Mira racconta la storia di Acca Larentia e degli anni di piombo che seguirono, gli omicidi, i processi, un clima mefitico e velenoso che avvolgeva i cuori e le menti del Paese. E lo fa intingendo la penna “nel latte e nel sangue” con cui Roma ha scritto la sua storia millenaria e raccontando una storia d’amore e del suo potere salvifico. Non basterà a trovare una ragione delle cose. Valentina però una spiegazione ce l’ha. Ma non sarò io a svelarla. Leggetela. Mi ringrazierete.»  (F.D.M.) Questa storia comincia una sera d’inverno, il 7 gennaio 1978. Davanti a una sede del Movimento sociale italiano nel quartiere Appio Latino, a Roma, vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco due attivisti di destra. Da quel momento, i morti di Acca Larentia diventano icone intoccabili del neofascismo. Questa storia ricomincia il 30 aprile 1987, quando viene arrestato Mario Scrocca, un militante di estrema sinistra. Secondo gli inquirenti, Scrocca avrebbe fatto parte del commando che colpì ad Acca Larentia. Lo troveranno cadavere ventiquattro ore più tardi, impiccato in una cella di Regina Coeli. Ma troppe cose non tornano… Questa storia senza fine ricomincia – una volta ancora – un pomeriggio di giugno del 2021. Due donne si incontrano sotto il cielo di Roma. Rossella ha sessant’anni ed è la vedova di Mario Scrocca. Valentina, di anni, ne ha trenta, è cresciuta dalle parti di Acca Larentia, in passato ha frequentato dei neofascisti e si porta dentro le cicatrici di quelle frequentazioni. “Dalla stessa parte mi troverai” è il racconto di un amore vissuto a mille nei giorni in cui tutto era ancora possibile e di una vita spezzata al tempo del disincanto collettivo, prima di essere consegnata all’oblio.
un giorno ti dirò tutto
proposto da:
Serena Dandini
«Laura Buffoni, al suo romanzo d’esordio, mostra grande talento e consapevolezza letteraria, nella capacità di utilizzare forme diverse di scrittura e di cambiare repentinamente tonalità. Un giorno ti dirò tutto parte da uno spunto autobiografico drammatico e sa mutarsi in romanzo di formazione, riflessione filosofica, racconto del presente, alternando momenti lirici e lapidarie, incursioni ironiche, divagazioni saggistiche e commedia umana, senza mai perdere freschezza ed energia. È un libro spiazzante e coraggioso, che sa divertire, produrre pensiero ed emozionare. Per tutti questi motivi ho deciso di proporre la sua partecipazione al Premio Strega.» (S.D.)  
Ludmilla e il corvo
proposto da:
Giuseppe Lupo
«È sempre più raro imbattersi in un romanzo che ha le sue radici nell’invenzione anziché nel resoconto della realtà, pubblica o privata che sia. Ludmilla e il corvo è una di queste graditissime eccezioni. Tutto comincia da un aneddoto: una bimba piange perché ha smarrito una bambola e Franz Kafka, per consolarla, inventa la storia di una serie di lettere che la bambola ha scritto per lei. È l’inizio di una funambolica avventura sulle tracce di un testo uscito dalla penna del grande scrittore praghese, un libro apocrifo, presunto, forse mai esistito, strenuamente inseguito da uno studioso islandese innamorato del Portogallo. Il romanzo di Gennaro Serio vive di questa immaginazione, è un inno alla scrittura che restituisce alla pagina la trasparenza di una luce vivida e visionaria, la nutre di echi letterari, suggestioni d’infanzia, indagini sul vero e sul falso, due facce della stessa medaglia che danno valore all’esistenza.» (G.L.)
immagine per Romanzo senza umani
proposto da:
Gianni Amelio
«La Storia può diventare romanzo? Mauro Barbi, storico di professione, ha dedicato anni di studio allo stesso, remoto evento: la piccola era glaciale che nel tardo Cinquecento ha investito il territorio del lago di Costanza, in Germania. Nel frattempo, nell’era del grande caldo, è come se lui stesso si fosse congelato, e congedato dalle persone che hanno popolato la sua esistenza. È così che intraprende un viaggio: torna dopo anni proprio lì, su quel lago. Senza un vero motivo, se non quello – forse inconsapevole – di essere di nuovo presente a sé stesso. Con una lingua letteraria che colpisce per intensità, nel suo Romanzo senza umani Paolo Di Paolo affronta ancora una volta, e in modo molto originale, le domande fondanti della sua narrativa, a partire dal valore e dalla sostanza della memoria: “Cosa ricordano, gli altri, di noi?”. Un romanzo stratificato, denso e ironico, che riesce ad attraversare, lungo un viaggio, i nodi di un’intera vita, e un po’ di tutte le vite. Il rapporto con i maestri, con il corpo che si riscopre nella nudità, in un centro termale che fa pensare a Thomas Mann. E ancora, gli atti mancati che paralizzano. I pomeriggi che restano, come il presente, che è l’unica ricchezza. E anche il rapporto con ciò che studiamo, con lo scopo che diamo alla nostra esistenza, fino a dimenticarci di viverla. Al protagonista capita di raccontare – in pagine esilaranti – quella remota era glaciale nello spazio di pochi secondi di un affollato talk show televisivo. Tante domande e tanti incontri umanissimi, a dispetto del titolo. Fino a scoprire, sul piano del metaromanzo, che la possibile via di uscita, il vero gesto di coraggio, è l’atto stesso di scrivere.» (G.A.)

Un uomo cammina lungo le rive di un grande lago tedesco. È partito all’improvviso, dopo avere provocato una serie di “incidenti emotivi”, come lui stesso li definisce. È ripiombato nella vita di persone che non vedeva da tempo. Ha risposto a email rimaste lì per quindici anni, facendo domande fuori luogo. Ha provato a riannodare fili spezzati. Mauro Barbi, storico di professione, cerca di aggiustare i ricordi degli altri – le persone che ama e ha amato – proponendo la sua versione dei fatti. Cerca di costruire una “memoria condivisa” che lo riguarda. Ma che impresa è? Forse c’entra una Piccola era glaciale privata, un processo di raffreddamento che ha spopolato la sua esistenza. Dove sono Fiore, Arno, il vecchio Cardolini, Meri, la Ragazza belga di Madrid? Dov’è Anna? Dove sono tutti? Forse il lago a cui ha dedicato anni di studio può dargli le risposte che cerca. Vede, anzi immagina, l’immensa lastra di ghiaccio che lo copriva da sponda a sponda quattro secoli e mezzo prima. Il sole pallido su una catasta di uccelli morti. Un lunghissimo inverno che travolse l’Europa con i suoi venti polari, le grandinate furiose, le inondazioni. Una remota stagione estrema che faceva battere i denti, perdere la speranza, impazzire. Come se ne uscì? Come se ne esce? Le immagini del passato ci ingannano sempre. Barbi prova a rientrare nel presente, con tutta l’ansia e la fatica che richiedono i gesti semplici. Uno in particolare potrebbe cambiare tutto. In questo suo Romanzo senza umani, dove gli umani sono a fuoco più che mai, Paolo Di Paolo interroga i disastri climatici delle nostre singole vite. Gli anni senza estate, i desideri furiosi come acquazzoni tropicali, le secche della speranza, il gelo che intorpidisce e nasconde. E poi il disgelo, che finalmente riporta alla luce. Che cosa ricordano, gli altri, di noi?

appetricchio
proposto da:
Luca Doninelli
«Un libro di rara felicità narrativa e linguistica, che ha già ottenuto molti importanti consensi. Petricchio è un improbabile borgo del Sud Italia non ancora scoperto dal turismo, dove il tempo e la vita scorrono come al tempo dei trisavoli, secondo ritmi ormai sconosciuti alla più parte di noi. A Petricchio non ci sono cognomi, tutti si chiamano per nome e tutti si chiamano Rocco e l’anagrafe non è meno esotica di Tahiti. Non ci sono vie, non vi si entra in automobile. La conoscenza del mondo a Petricchio non si sviluppa come da noi: chiunque venga dal Nord, da Cuneo come da Udine, è comunque “di Milano”, il resto è stravaganza. Petricchio però non è solo un borgo, ma un mondo, con una sua vita e mille storie, tutte diverse dalle nostre. Le vicende del tempo presente la attraversano, come ovunque, ma una millenaria cultura, che il trionfo della società capitalista sembrava dover cancellare, continua a fare resistenza, opponendovi i propri valori e la propria lingua e continuando a generare vita. Vitale ed esilarante, antiglobalista per vocazione, Appetricchio è un godibilissimo incontro fra la nostra curiosità naturale e ciò che chiamiamo l’altro, un’ironica scoperta della Differenza, che spesso si trova non agli antipodi ma a pochi passi da casa nostra, se non in quella parte di noi che abbiamo voluto dimenticare.» (L.D.)
Gli innamorati
proposto da:
Marco Cassini
«Dal giorno in cui ho letto “Gli innamorati”, l’ultimo romanzo di Peppe Fiore, certe sue scene, figure, battute mi sono rimaste nella memoria e a momenti riaffiorano caparbie nei miei pensieri e nelle mie parole. È sintomo evidente che la storia, molto ben orchestrata dall’autore – e che si svolge tutta nella Roma così vicina ma così lontana del 2006, e in un ordito dove arte, politica, potere si intrecciano in maniera naturale a rapporti di amore e di amicizia che resistono a tutte le intemperie, con la salvifica benedizione di una possibile “bella giornata” spesso evocata e sempre in agguato anche dopo i peggiori nubifragi – ha una vitalità e una persistenza rare, meritevoli di attenzione. L’assai sapiente impianto narrativo e l’efficace verosimiglianza di personaggi, lingua e circostanze, finalmente liberate dal vincolo dell’autofiction così tanto in voga, e l’indubbia abilità dell’autore nello sciorinare sulle sue pagine una storia godevole e ammaliante, tra i suoi meriti molteplici sono quelli che mi hanno persuaso a proporre questo romanzo per il Premio Strega.» (M.C.)
assalto alla collina
proposto da:
Natale Antonio Rossi

«Il romanzo si sviluppa, con sapienza narrativa, tra la grande storia delle giornate di guerra della battaglia di Montelungo, l’8 settembre, la prigionia di Mussolini, la fuga del re da Roma e la piccola storia sofferta dall’autore e dalla sua famiglia, originaria di Salerno. Dopo tante opere dedicate a trame psicologiche e personali, questo romanzo narra, anche con toni e registri di un’epica attuale, le vicende subite nei drammatici mesi del 1943-1944 da una famiglia coinvolta in episodi di guerra che offendono la popolazione inerme. Il romanzo si conclude narrando il conferimento della medaglia d’oro a Giuseppe Cederle soldato di un neonato esercito italiano.» (N.A.R.)

un condominio
proposto da:
Angelo Piero Cappello
«Il romanzo di Pamparana racconta, sia pure nei termini di una fantasiosa e libera ricostruzione, quella che potrebbe essere la storia di una nuova emergenza sanitaria di tipo pandemico. Le vite quotidiane dei tranquilli abitanti di un condominio vengono travolte dallo sputo di un cammello. Già, perché in un luogo imprecisato di un imprecisato deserto un giorno, anch’esso imprecisato, un cammello fa un grande starnuto infettando, così, l’erba dell’oasi in cui l’animale si trova. Quell’erba infettata verrà brucata da una animale che contrarrà il virus, che di animale in animale giungerà fino a infettare nuovamente gli uomini. E così, con questa infezione che si estende e passa di uomo in uomo, la tranquilla e monotona vita degli abitanti di un condominio in una città del Nord subirà una svolta improvvisa e traumatica. Con una scrittura piana e semplice, non di rado velata da un sorriso ironico e talvolta satirico, Pamparana ci porta nei meandri di una quotidianità relazionale ordinaria che, travolta da un evento straordinario, lascia emergere tutti i limiti e i paradossi delle nostre relazioni psicologiche, i tic, le manie, le confortanti abitudini entro le quali siamo quotidianamente rifugiati: quando accade che quel rifugio si rompa per cause da noi indipendenti, ci ritroviamo nudi a fare i conti con una realtà assai difficile da gestire.» (A.P.C.)
Ultima estate a roccamare
proposto da:
Giorgio Montefoschi
«Non è un vero e proprio romanzo, quello di Riva, ma in realtà si legge con la medesima passione di un romanzo. Racconta un luogo, la pineta di Roccamare, alcuni personaggi famosi della letteratura italiana oggi scomparsi (come Fruttero, Calvino, Citati e altri), e, insieme, un’epoca culturale – anch’essa scomparsa – di grande vitalità e di notevole valore. Lo fa, da vero narratore, con una partecipazione, una nostalgia, e una competenza oggi rarissime.» (G.M.)
immagine per Il fattaccio
proposto da:
Aurelio Picca
«Ogni paradosso coincide con il nervo scoperto della verità, allargando o rimpicciolendo i confini congiunti di essa e della immaginazione. Ogni manierismo è una casa di statue dove ci aggiriamo impazienti, o addirittura inquieti. Sabotando questo incipit, potevo con semplicità dire che Antonio Rezza, bucando perfino le lenti di chi è miope al cento per cento, è uno scrittore: paradossale e manierista. In più è moralista da operetta morale super ilarotragica. Ma è ancora meno di niente scrivere del Fattaccio che, da me medesimo, Aurelio Picca, è candidato (perché lo candido) al premio Strega. Il Fattaccio, intanto, è libro di una vita, facile, foneticamente, da far ricordare l’altro romanzaccio di Gadda (Quer pasticciaccio). Per una ragione visiva, olfattiva, di invenzione di una lingua che può declinarsi in pluridialettale. Se Gadda, da via Merulana, non avesse visto i colli Albani e dunque i Castelli, non avrebbe potuto scrivere il suo libro-vita; e così se Antonio Rezza non conoscesse la sabbia grigiastra e ferrosa che da Nettuno (simile alla pelle di molte donne indigene chiamate saracene – vedasi alla voce accoppiamenti con i pirati saraceni, appunto) arriva tra i pini storti dell’Ardeatina fino a Lavinio, non avrebbe potuto immaginare questo inizio da noir, da commissario con i baffi che sulla spiaggia rinviene mammelle recise di donna ma con corpo forse inghiottito dal mare. Rezza scrive un libro unico, introvabile, inconcepibile, delirante, guerresco come un Cecco Angiolieri di ghiaccio, che nel primo pezzo di carne rinvenuta è però nitido come lo Scerbanenco di Ladro contro assassino. Poi il commissario esce di scena e il delirio universale con la lingua italiana che sodomizza i vecchi e l’universo entra in azione totale: avrebbe mandato in estasi Mario Monicelli. Dunque, Il Fattaccio è un fachiro delirante; l’apocalisse delle formiche; Rezza è un entomologo incendiario; un moralista, appunto, che sentenzia sulla carta straccia; “l’orrido vero”; è l’azione del corpo curato e ossessivo di una mummia in vita. Ecco allora le spiagge barbariche di Sergio Citti e il manierismo osceno di Walerian Borowczyk. E molto della fine del mondo ridendo come un vecchio bambino che distrugge le barchette di carta. Dimenticavo: Luigi Pirandello aleggia e va catturato da occhi penetranti.» (A.P.)
Le cose di prima
proposto da:
Arnaldo Colasanti
«È un romanzo feroce, pudico, intelligente, profondo. Il tema generale è la disgregazione dell’esistenza: quello specifico è lo sguardo di un bambino, oggi uomo, che ritorna in quella voragine di sofferenza in cui, tuttavia, palpita la vita. Nella lingua di Aloe tutto è emblematico: ogni passaggio stringe con forza la voce ustionata della giovinezza pensata dal tempo della maturità, dalla soglia dell’enigma. Credo, in tutta onestà, che un romanzo così (mai fatuo e sempre autentico e selvaggio) non possa mancare nell’edizione di quest’anno.» (A.C.)
immagine per Sto ancora aspettando che qualcuno mi chieda scusa
proposto da:
Simonetta Sciandivasci
«Anna è una giornalista italiana emigrata in Francia. Lavora in radio e in università, a Parigi. Ama insegnare.  È sicura di tutto e non è convinta di niente. Dice sempre “cioè”. Convive con il ricordo, stemperato dalla sottovalutazione, di un abuso di quelli piccoli, consuetudinari, comuni abbastanza da essere stati considerati a lungo normali, quindi inevitabili: le carezze insistenti di un professore. Ha lasciato un marito che l’ha schiaffeggiata. Ha avuto molti uomini: tutti l’hanno desiderata, nessuno l’ha amata. Ha cercato di piacere a sua madre e assecondarne il progetto: crescere una figlia brillante, inespugnabile e integra. Michela Marzano ha scritto un romanzo sul consenso, il grande tema di questi anni, il punto di rottura e svolta che ha ripristinato la connessione tra intimità e politica, e che dalla domanda sul desiderio ci ha ricondotti alla domanda sul senso. L’unica guerra realmente intenzionata a stabilire un equilibrio. Marzano ha usato la letteratura per scardinare un’ambiguità costosa sul desiderio, nella quale ci siamo accomodati tutti: l’idea che quello che vogliamo sia impossibile da capire e che quindi sia inevitabile cedere a un’imposizione, lasciare che gli altri interpretino la nostra volontà. È un libro sbilenco e intenso, importante, decisivo: il primo che si avventura a raccontare lo squarcio che il #metoo ha portato nella vita delle donne, come ha cambiato le relazioni, come ha minato le certezze, le abitudini, il bisogno d’amore, come ci ha resi non sospettosi e sicuri, non giustizialisti e violenti, ma aperti e nuovi, infantili e diversi, premurosi e soli, disponibili, finalmente, a far tremare la nostra identità. Lo propongo perché il #metoo lo abbiamo sotto gli occhi da sei anni, eppure questo libro che lo racconta, lo spiega e lo umanizza, è sconvolgente come un articolo inedito, uno scoop terribile, come la rivelazione che risiede nell’apocalisse.»  (S.S.)
immagine per L’età fragile
proposto da:
Vittorio Lingiardi
«L’età fragile non è un’età della vita, è la vita stessa. La memoria che non può nascondere il dolore, la solitudine dopo la separazione, la colpa per la sopravvivenza. La vita dura come un sasso che Donatella Di Pietrantonio riesce a levigare con le mani sicure della sua scrittura. L’età fragile è la storia di una famiglia sospesa nel segreto del trauma, parole mai dette rinchiuse nel cuore di una montagna d’Abruzzo che è insieme psiche e paesaggio. L’età fragile è il romanzo di una madre che non trova respiro, stretta tra la severità del padre e il silenzio della figlia. Un libro che raccontando il dolore lo cura, perché a scriverlo è una donna che conosce il miracolo delle parole e il sangue delle ferite. Per questo è il mio candidato al Premio Strega.» (V.L.) Non esiste un’età senza paura. Siamo fragili sempre, da genitori e da figli, quando bisogna ricostruire e quando non si sa nemmeno dove gettare le fondamenta. Ma c’è un momento preciso, quando ci buttiamo nel mondo, in cui siamo esposti e nudi, e il mondo non ci deve ferire. Per questo Lucia, che una notte di trent’anni fa si è salvata per un caso, adesso scruta con spavento il silenzio di sua figlia. Quella notte al Dente del Lupo c’erano tutti. I pastori dell’Appennino, i proprietari del campeggio, i cacciatori, i carabinieri. Tutti, tranne tre ragazze che non c’erano piú.
immagine per Invernale
proposto da:
Sandro Veronesi
«Ci sono libri così belli da sbalordire. Cos’hanno in più degli altri? Magari l’autore ha già scritto altri libri molto belli, è una figura nota, apprezzata, i suoi punti di forza sono ben conosciuti e la qualità della sua scrittura non dovrebbe sorprendere nessuno: eppure in quei libri lo fa, sorprende, sbalordisce. Perché? Perché tutt’a un tratto sembra che quell’autore sia nato per scrivere quel determinato libro, e che tutti gli altri che ha scritto prima non siano stati altro che un passo per arrivare a scriverlo? Io non so rispondere a queste domande, ma so che ogni volta che apro un libro, ogni santa volta, in cuor mio spero che si tratti di uno di quei libri, così da ritrovarmi ancora una volta sbalordito per la bellezza e confuso in questo mistero. Invernale di Dario Voltolini è uno di quei libri. La bravura di Voltolini è nota. La luminosità della sua scrittura è nota. La genialità del suo modo di raccontare il mondo è nota. Eppure nessuno dei suoi libri precedenti mi aveva sbalordito come questo – ed è per condividere il mio sbalordimento che ho deciso di presentarlo per l’edizione 2024 del Premio Strega. È un libro che parla di nostro padre, sapete. Del nostro padre macellaio che esce dalla cella frigorifera con la bestia sulla spalla, che le mozza la testa col coltellaccio e che grida solo per un istante sopra al vocio della gente quando per sbaglio si stacca un dito con un fendente. Ricordate? Parla del padre di noi tutti, invincibile, invulnerabile, che lavora senza sosta mentre noi studiamo; del nostro padre generoso che regala la carne agli zingari; del nostro padre immortale che si ammala e muore, d’estate, ancora giovane, lasciandosi dietro un tempo supplementare lungo ormai più di quarant’anni nel quale continua a sfrecciare nei nostri sogni al volante della sua Lancia. Parla di Gino, questo romanzo bellissimo, di nostro padre Gino Voltolini.» (S.V.) Il padre spacca gli animali, entra nelle loro viscere, separa i muscoli dalle membrane, estirpa gli organi e le ossa. Il padre vende pezzi di animali. Il padre si immerge nella voragine biologica e ne tira fuori bistecche. I tagli di carne sono il suo mestiere e la sua arte. Il padre è un macellaio. Il padre ha il compito di inoltrarsi nella carne morta e di uscirne porgendola ai vivi, perché la vita continui la sua catena vorace. È un traghettatore fra le due sponde della carne, fra la viande e la chair, fra meat e flesh. Al banco di vendita del mercato serve i pavidi che non affrontano i corpi che mangiano, non ne vogliono sapere, delegano il lavoro sporco ai macellai. Un giorno qualcosa va storto nella coreografia perfetta delle lame e un taglio sghembo quasi gli mozza un pollice. È l’inizio di un’altra discesa nella carne, questa volta la sua. Al lavoro, un batterio lo ha contaminato. Comincia con un’infezione, prosegue con la spossatezza, una diagnosi ferale, i protocolli sanitari, i viaggi in clinica all’estero. Il figlio Dario, ventenne, immerge lo sguardo nella carne del padre che si deteriora, e nella malinconia del congedo. Un’intimità fortissima li avvolge, come succede quasi solo nel rapporto tra figlie e madri. Entriamo nello sguardo del figlio, prensile ed esatto, che vede accasciarsi il padre. La precisione è la forma che assumono la sua devozione e la sua sofferenza.
la città e i giorni
proposto da:
Gianluigi Simonetti
«Per l’edizione 2024 del Premio Strega propongo la candidatura di La città e i giorni di Filippo D’Angelo, perché lo considero esemplare di cosa dovrebbe fare (e forse ha sempre fatto) un romanzo degno di questo nome. La città e i giorni scava sotto la superficie delle azioni e dei discorsi umani per individuare i moventi profondi, le tensioni, i conflitti che ne sono alla base e che forse solo l’arte rende capaci di vedere. Per arrivare a questo risultato Filippo D’Angelo costruisce una speciale configurazione linguistica e formale. Disegna un mondo narrativo che possiede sia la forza di un’attenta osservazione dal vero sia gli spessori che sa accumulare la fantasia romanzesca. Crea due paesaggi indimenticabili – rendendo familiare l’ambientazione africana ed esotica quella milanese – e due protagonisti sfaccettati e ambivalenti (credibili come singoli e autonomi individui, ma insieme capaci di restituire l’immagine di un ceto, di una generazione, di un desiderio di possesso e di un senso di colpa). Infine elabora una struttura narrativa peculiare, articolata e per certi versi imprevedibile, con piani temporali diversi, differenti livelli di senso e plurime chiavi di lettura. Per tutti questi motivi credo che La città e i giorni rappresenti un ottimo esempio dello sforzo più serio che la narrativa italiana sta compiendo in questi anni per continuare la vecchia e sempre attuale missione del romanzo: divertirci con la forza delle parole e delle idee, farci sapere chi siamo veramente.» (G.S.)
immagine per Il ritorno
proposto da:
Gabriele Ametrano
«Il compito di un romanziere è quello di portare nelle pagine una storia e avere il coraggio di narrare anche ciò che sembra esserci lontano. Marco Vichi, nel suo Il ritorno, rende visibile l’invisibile, la storia di Maria, nata uomo ma con destino diverso. Negli anni Novanta dell’Aids, della guerra dei Balcani, delle atrocità della guerra al di là del mare, Maria trova soldi, forza e speranza per trasformare il suo essere nel suo vero destino. Un viaggio in Turchia che nel suo ritorno trova l’impedimento dei bombardamenti e delle brutalità nella ex Jugoslavia. “Immagina un mondo dove nessuno ha bisogno di andare contro gli altri… dove l’amore è una cosa normale, non un’eccezione”. Marco Vichi riesce a narrare la solitudine e la speranza, superando la linea della sua consueta narrazione. Questo suo romanzo è una storia nel passato che ricordiamo, è un romanzo che leggiamo e riconosciamo nei nostri giorni.» (G.A.)
immagine per Il cuore è un guazzabuglio
proposto da:
Filippo La Porta
«Il cuore è un guazzabuglio di Eleonora Mazzoni è un saggio di miracolosa freschezza e acume interpretativo, travestito da avvincente racconto biografico (in sintonia – noto per inciso – con il recente orientamento dello Strega verso un gusto della narrazione come “spiazzato”, rinvenibile in ogni genere letterario). Eleonora Mazzoni non è una studiosa di letteratura, né una specialista di Manzoni. Ma l’ha voluto raccontare con la sua immaginazione ed empatia di scrittrice liberandolo da ogni polverosa monumentalità. Ne rilegge i testi, sottolineando alcune verità meno ovvie e rivivendone le passioni (anche attraverso un uso “funzionale” del gossip). Ad esempio: nei Promessi sposi “i legami elettivi si rivelano più procreativi dei legami di sangue”, tanto che nella scena del lazzaretto troviamo capre che allattano bambini e madri che danno da mangiare ai figli non propri: nel paese del familismo amorale l’immagine “eversiva” di un affratellamento ben oltre i confini della famiglia.  O anche il commento alla presunta rassegnazione di Lucia, vista come una forma di “accoglienza”, come un “saper ospitare l’incomprensibile dell’esistenza”. Per niente passiva di fronte ai prepotenti, radicata nelle sue convinzioni come un’eroina di Jane Austen, sa anche che non possiamo governare cose e persone: la sua è una cognizione del limite. All’enigma insolubile della Storia, in cui “non si può che far torto o patirlo”, Manzoni contrappone, tolstojanamente, la storia segreta delle anime, e della loro resistenza. Eleonora Mazzoni ci restituisce l’immagine di uno scrittore cattolico pessimista (giansenista) e fiducioso nel valore contagioso della bontà: lo legge come un nostro contemporaneo, che preme su di noi con i suoi dubbi pascaliani. Lo trasforma in palpitante personaggio letterario e ne rivive la tormentata narrazione dell’esistenza con intima partecipazione. Il suo libro, mescolando sapientemente fiction e non-fiction, sfiora una verità che tradizionalmente appartiene allo spazio del romanzo.» (F.L.P.)
immagine per R4. Da Billancourt a Via Caetani
proposto da:
Francesco Caringella
«Con grande gioia e profonda convinzione propongo R4. Da Billancourt a Via Caetani di Piero Trellini. Lo faccio perché, come le autentiche opere di narrativa, non è un libro, ma più libri insieme, annodati dal muso ammiccante e accogliente dell’auto più venduta di Francia. È un libro sulla storia della Francia, dell’Italia, dell’Europa, sulle due guerre mondiali, sulle dinastie industriali e sulle lotte operaie, una storia che si racconta attraverso altre storie in un gioco di specchi che coinvolge e avvolge una galleria incredibilmente vasta di mondi e di epoche. È un libro di uomini e di donne, di aspirazioni e di respiri, di sogni e di destini, di suicidi e di avventure, di capitomboli e di resurrezioni. È un libro che racconta, con la lucidità di una cinepresa, i giorni terribili del sequestro Moro, scolpiti nell’atmosfera dura e fredda degli anni di Piombo. È un libro che incarna alla perfezione la lezione kafkiana secondo cui un vero romanzo è un colpo di piccozza che rompe il mare di ghiaccio che è dentro di noi.» (F.C.)
infinito
proposto da:
Furio Colombo
«È un libro giovane, scritto in un solo respiro, in cui si sente che la storia è allo stesso tempo obbligata e scritta in uno spazio libero della vita, con slancio e una sorta di entusiasmo. Non c’è un solo momento in cui il lettore possa domandarsi: “e adesso?” Il dopo, (lo senti subito), ti arriva rapido nel racconto perché ti dice subito che non si fermerà. Se fosse un film non potresti mettere la parola fine. Quando comincia, il libro è già cominciato. Ti aspetta un pezzo di giovani vite in corsa. Quando finisce non finisce e va per la sua strada, come succede a tutti i libri destinati a esistere. Questo libro si aggrappa al lettore. Avventuratevi in queste pagine e ne avrete la prova. La storia sembra scorrere (va letteralmente di corsa) dentro quel grande contenitore che è la vita di famiglia (adulti e bambini, amore e scontri) cioè la prevalente letteratura di questi anni. Ma porta una sua inafferrabile novità. Vive in un dialogo e in un flettersi nello stesso tempo spensierato e pensoso in cui tutto accade in ciò che potremmo chiamare una gita nella vita, con le sue stanchezze e le sue pene, ma con una vitalità inarrestabile.» (F.C.)
L'omicidio di Valle Giulia
proposto da:
Massimiliano Minerva
«Michele Proietti, rifugiatosi in un palazzo per sfuggire alla guerriglia del 1° marzo 1968 scoppiata intorno alla Facoltà di Architettura a Roma, incontra Laura Dominici. La donna sarà in seguito trovata morta insieme al marito Edoardo, rinvenuto ferito nello stesso appartamento. Michele verrà accusato e condannato per furto, aggressione e omicidio, ma si dichiarerà sempre innocente. Mezzo secolo dopo la figlia Luisa ritrova un corposo carteggio che Michele aveva tenuto dal carcere con la moglie, in cui racconta la sua verità. Luisa vuole dimostrare l’innocenza del padre e per questo si affida a Clara e Flavia che pro bono aiutano vittime di ingiustizie in difficoltà economiche. Il romanzo di Antonella Di Fabio segue le indagini delle due donne che, insieme al Commissario Porta, cercheranno le prove dell’innocenza di Michele in quel lontano passato, in un vertiginoso viaggio tra lontani ricordi, vecchie lettere, verbali ingialliti, nuove testimonianze e continui colpi di scena che condurranno al vero colpevole e a una profonda riflessione su uno scottante tema di attualità: la violenza sulle donne. Una storia di sangue incastonata all’interno di un fatto iconico più ampio, la battaglia di Valle Giulia – non più cronaca, non già Storia – porterà Flavia, con il suo inseparabile Golden Retriever Nous, a indagare senza sosta, affiancata da Gianni e Clara, sullo sfondo di una Roma ammaliante e a tratti sonnolenta (tra i Parioli e San Lorenzo), in un percorso catartico e di crescita che, quasi doppiando la ricerca della verità investigativa, porterà alla luce anche una dolorosa verità personale.» (M.M.)
grave disordine con delitto e fuga
proposto da:
Paolo Ruffilli
«Propongo al Premio Strega 2024 il romanzo Grave disordine con delitto e fuga di Ezio Sinigaglia. Nella versione ironica e irriverente di una parabola, con lo sviluppo originale e per molti aspetti sorprendente, il romanzo è il racconto di un’attrazione fatale che vede, complice la bellezza irresistibile di un suo giovane dipendente, un dirigente d’azienda trascinato nel disordine via via più incontrollabile della sua vita. La vicenda dell’ingegnere e del fattorino, protagonisti di questa storia, ben oltre i possibili effetti personali e segreti di una liaison più carnale che sentimentale, convoca in campo i meccanismi di potere che scattano nel rapporto tra classi sociali e tra mondi così distanti. Ma il narratore dice e non dice, interrompe e riprende, precisa e allude, in un gioco che mescola l’ineluttabilità del destino e la casualità incalcolabile del dramma. L’approdo finale, secondo le modalità tipiche del giallo che qui si tinge di nero, è insieme una sorpresa e un’incognita per il lettore, incerto e stimolato su quale possa essere l’esito vero dell’incontro/scontro dei due personaggi che si fronteggiano in queste pagine, ampiamente soddisfatto intanto dalla prodigiosa verve stilistica con cui l’autore l’ha condotto fino all’ambigua conclusione.» (P.R.)
Il Gesuita
proposto da:
Antonella Cilento
«Franco Buffoni, voce autorevolissima della nostra poesia, accademico, narratore, attivista di primo piano dei Gender Studies, scrive un romanzo breve e luminoso come una cometa, felice come una stella filante. Il Gesuita narra del giovanissimo Franco che scopre la fascinazione per gli uomini, come lui, giovani e bellissimi, in una società dove l’unico futuro previsto è sposare miti fanciulle da rendere infelici. Franco compie la sua educazione sentimentale innamorandosi prima di un giovane compagno, Alberto, etero assai convinto e un po’ tonto, e poi di Klaus, un fascinoso prete in attesa di diventare gesuita. Nel decennio del Boom l’educazione sentimentale avviene al cinema, luogo clandestino di incontri, e l’amore avanza per telefonate e lettere, sottofondo Gino Paoli, Mina, Caterina Caselli, ma anche s’insinua e cresce sulle pagine dei poeti e della grande letteratura, da Joyce a Guinizelli, da Dante a Hubert Selby Jr. C’è un padre, imperativo e spaventato che il figlio devii dalla strada che gli pare l’unica: “Virilità anni Sessanta. La bottega del barbiere di domenica mattina, camicie bianche colletti barbe duro, fumo. E quelle dita spesse, quei colpi di tosse, quei fegati all’amaro 18 Isolabella al pomeriggio sulla Varesina nello stadio, con le bestemmie gli urli le fidejussioni pronte per domani, lo spintone dell’arbitro all’uscita, la cassiera del bar prima di cena.” Brillante, intelligente comico, sornione ma anche molto serio (Klaus finisce con lo sposare una donna dopo che Franco lo ha sedotto), Buffoni regala pagine di grande finezza narrativa, con una lingua splendente, colta e veloce: un piacere vero, l’educazione sentimentale che servirebbe davvero nelle scuole italiane a ricordarci che di quella società che vieta, demonizza, condanna, tortura e uccide siamo tutte/i parte, fino a che non ci ribelliamo. Queste le ragioni per cui ho deciso di candidare al Premio Strega 2024 Il Gesuita.» (A.C.)
tunnel
proposto da:
Marcello Ciccaglioni
«Tunnel di Maria Masella è una fotografia cinica della violenza di genere che affligge la società contemporanea e l’autrice, narrando con stile autentico una storia di sopravvivenza e ricerca della giustizia, apre una finestra sulla complessità emotiva e psicologica di chi sopravvive a tali tragedie. Lena, la protagonista, incarna la realtà di molte donne, la cui esistenza, apparentemente lineare e sicura, può essere stravolta all’improvviso da eventi di violenza estrema. La sua storia evidenzia non solo la tragedia personale dell’aggressione e della perdita, ma anche le profonde falle nel sistema di giustizia che dovrebbe offrire protezione e riparazione alle vittime. La narrazione si addentra nel viaggio interiore di Lena, un percorso pericoloso e oscuro che riflette il tunnel fisico e metaforico attraverso il quale deve passare per cercare verità e redenzione. Il romanzo sottolinea una piaga sociale di rilevanza globale – gli stupri in generale e gli stupri da parte del branco in particolare – contestualizzandola nell’Italia di oggi. Queste tematiche, lontane dall’essere mere statistiche, sono portate alla luce attraverso la lente della narrativa, che permette una comprensione più profonda e umanizzata delle sue vittime. Ma il romanzo va oltre la denuncia degli orrori della violenza di genere, offrendo una riflessione sulla capacità di rinascita anche nelle circostanze più disperate. La scelta di ambientare la storia a Genova, con i suoi caruggi che si prestano a metafore del viaggio tortuoso della protagonista, aggiunge un ulteriore strato di significato, rendendo la città nella sua interezza non solo uno sfondo ma un vero e proprio personaggio che, come tale, partecipa alla narrazione. È quindi per l’importanza del tema, l’umanità che l’opera sa donare, e le eccellenti capacità linguistiche, che propongo il romanzo Tunnel di Maria Masella al Premio Strega.» (M.C.)
immagine per Efrossini di Lefkada
proposto da:
Massimo Gramellini
«Desidero segnalare per la partecipazione al Premio Strega 2024 il romanzo “Efrossini di Lefkada” di Maria Gabriella Anglani, pubblicato da Giuseppe Laterza. Una storia personale e familiare che si svolge dentro la cornice storica della spedizione del contingente italiano in Grecia negli anni 1940/41 e ha per protagonisti i genitori dell’autrice: il tenente Alfredo Anglani ed Efrossini, una ragazza dell’isola greca di Lefkada.» (M.G.)
I ragazzi di sessant'anni
proposto da:
Tiziano Scarpa
«Che cos’ha di speciale, I ragazzi di sessant’anni di Romolo Bugaro? È un libro che mette insieme le qualità migliori della tradizione romanzesca. Da un lato, la leggibilità. Dall’altro, la sperimentazione. Quest’ultima è praticata con un espediente semplice e geniale. Il protagonista è un uomo che non viene mai chiamato con nome e cognome, ma con la dicitura “i ragazzi di sessant’anni”. Di conseguenza, anche i verbi che lo riguardano sono in terza persona plurale. Così sembra che ad agire sia una categoria sociologica, una fascia d’età. E infatti, il libro comincia quasi come un saggio o un articolo di costume: descrive come si comportano in generale “i ragazzi di sessant’anni”. Ma poi il racconto si focalizza su un unico personaggio. Questa invenzione – lo ripeto: semplice e geniale – mette alla prova il senso di ciò che chiamiamo romanzo, la sua feconda ambivalenza: stiamo leggendo una serie di casi singolari, personali, individuali? Oppure ciò che ci viene raccontato ha un valore esemplare, rappresentativo di una categoria, di una generazione, di un ceto? Ma parlavo di leggibilità e, aggiungo, di grande godibilità. Bugaro racconta, fra l’altro: le schermaglie di potere dei “ragazzi di sessant’anni” con un collega più giovane; i rapporti con i vicini ottantenni; l’incontro con gli ex compagni di scuola, dopo tanto tempo; gli sbandamenti pericolosi di una figlia quattordicenne; l’imprevedibile fiuto della moglie per gli affari. Attorno ai ragazzi di sessant’anni prende forma una costellazione umana che restituisce il senso di una vita intera, nella fase in cui essa guarda in faccia la propria fine. Fra i romanzi che ho letto in questa annata letteraria, I ragazzi di sessant’anni è il più originale e toccante.» (T.S.)
eravamo immortali
proposto da:
Marco Missiroli
«Ecco un romanzo che verrà ricordato: è stato il mio pensiero quando ho letto Eravamo immortali di Marco Cassardo. Un’opera per certi versi classica e per altri di rottura, folgorante, devota all’Italia che ha cambiato l’Italia. Eravamo immortali racconta la storia di due amici, Steu e Nando, che si addentrano in un secolo con l’intimità delle scoperte. Ma è anche la storia di quel secolo arrivato all’oggi, con le sue contraddizioni esplose e i tumulti all’orizzonte. Intimità e collettivo, dunque, talmente stretti da farsi un unico corpo di scrittura a continua trazione. Che meraviglia quando i libri ci trascinano in gorghi irresistibili. E poi c’è la Torino delle fabbriche e della gente affamata di vita, con il dialetto in bocca e le grandi illusioni da non tradire. Questo popolo, e questi sogni che avanzano dalla guerra fino alla modernità, non perdendo mai l’assedio di una prosa naturalissima e sorvegliante. Ogni romanzo, si dice, viene scritto con una dedica mai pronunciata. Mi piace pensare che Eravamo immortali sia dedicato a chi siamo, a cosa siamo stati, alle tracce lasciate al futuro con le nostre brevi vite. Ma sono davvero brevi? L’opera di Cassardo cambia lo sguardo e mostra quanto i piccoli eroi di ogni epoca compongano l’eterno destino di tutti. La Storia viene da qui, allo stesso modo di un cuore che sembra timido e invece fa la rivoluzione.» (M.M.)
immagine per Prima che chiudiate gli occhi
proposto da:
Maria Ida Gaeta
«È un libro che si muove tra vari registri, pieno di forza e passione, tenerezza e duro realismo. Raccontando la storia della vita di una bambina sinti, poi donna, durante il ventennio fascista e la Seconda guerra mondiale in Italia, la giovane autrice tesse il ritratto di un intero popolo su cui raramente si volge il nostro sguardo, il popolo Sinti, Rom. La qualità più commovente del libro è il saper tenere insieme, alternandole, la dimensione favolistica con quella della storia e della cronaca dei fatti. Fatti che l’autrice racconta mossa da una spinta civile e sociale fortissima che non si fa mai retorica perché la sua intenzione è davvero quella, semplice e drammatica, di farci comprendere meglio un mondo che spesso conosciamo solo superficialmente. È un libro onesto, in cui le parole sono connesse soprattutto alle emozioni e ai sentimenti, senza furbizia, ma solo perché questa è stata la ricerca necessaria per trovare lo stile che ha reso possibile all’autrice raccontare ciò che aveva deciso di raccontare. Morena Pedriali Errani, artista circense e attivista per le comunità romanì, scrive questo suo primo libro in ricordo della nonna, a cui è dedicato. Siamo nel 1944. A raccontare è una giovane ragazza, Jezebel, nata e cresciuta nel ventennio fascista, e divenuta poi una sentinella partigiana. In un’intensa sequenza di eventi, muovendosi tra diversi momenti storici, la narrazione scorre avvincente, costruendo un bellissimo personaggio in cui si concentrano tre differenti “diversità” (è donna, è sinti, è partigiana) nella cornice di una cultura leggendaria e mitologica che l’autrice recupera dai moduli stilistici e dalla tradizione orale zingara innestandoli negli intermezzi lirici del testo. Pedriali ha scritto un romanzo, un vero primo romanzo che a mio parere meriterebbe di essere accolto.» (M.I.G.)
La spilla d'oro
proposto da:
Silvana Cirillo
«Paolo Buchignani, apprezzato storico contemporaneo e docente, che ha amato profondamente la letteratura e ha scritto romanzi oltreché libri scientifici, questa volta coniuga brillantemente storia e letteratura per farne un libro solo, importante e bello – è proprio il caso di dirlo – con una prosa evocatrice ed eloquente talvolta davvero “poetica”, che dovrebbero leggere soprattutto i giovani, come lezione di storia e di grande umanità, ma anche di grande capacità narrativa. Uno splendido mosaico di ricostruzioni, documenti, acute citazioni, dialoghi, diari, lettere, riviste, eventi; un coro di voci familiari o raccontate, che si compone per darci il sentimento del tempo, cioè un tempo in cui dagli eventi trasudano e negli eventi confluiscono pensieri, sentimenti, rispecchiamenti, militanza e coscienze politiche vive. Possiamo definirlo una sorta di Amarcord in perfetto equilibrio tra lo storico e l’autobiografico. Un avanti e indietro nel secolo passato di grande forza emotiva e completezza in una scrittura ricercata, calda e brillante, sovente poetica ed enormemente evocativa, capace di restituire appieno atmosfere e sentimenti attorno al ritornello ricorrente: “A peste fame et bello libera nos!”.» (S.C.)
il sentimento del mare
proposto da:
Marcello Fois
«Il sentimento del mare, scritto da Evelina Santangelo, è il resoconto intimo di una donna, matura, molto bella, che deve fare un bilancio della sua esistenza. Donna di mare, la protagonista traccia una mappa nautica e sentimentale attraverso la quale stabilire una via di fuga dal proprio tormento e dalla propria crisi. Quando tutto sembra perduto, quando anche decadono i riferimenti più comuni, ecco che il miracolo, inteso come intuizione, e anche come connessione tra reale e immaginario, ci viene in soccorso. E per una narratrice straordinaria come Evelina Santangelo il miracolo consiste nell’individuare il luogo della propria consolazione e, di conseguenza, la lingua per raccontarla. Il mare è contemporaneamente lo spazio della narrazione, del conforto e dello stile. Come camminare sull’acqua per vagabondare sulle vicende umane, trovarvi un senso, adattarlo a sé e poi, con una penna sublime, raccontarlo agli altri. Il sentimento del mare è in tutto un esperimento, riuscitissimo, di questa particolare sostanza intima attraverso cui produrre un senso collettivo. Intanto perché il mare è la culla di ogni mitologia e quindi il deposito del senso primo che noi sappiamo dare agli avvenimenti e alle narrazioni.  Per la qualità della scrittura, per la profondità dei temi, per l’eleganza del plot, candido convintamente Il sentimento del mare all’edizione 2024 del Premio Strega.» (M.F.)
I Morticani
proposto da:
Maria Teresa Carbone
«Dieci anni dopo l’uscita di Cartongesso (di certo uno degli esordi italiani più importanti di questo primo quarto di secolo), Francesco Maino ha pubblicato I morticani. Si sa quanto possa essere difficile passare al secondo romanzo, in particolare quando il primo ha trovato un buon numero di lettori ed è diventato presso i critici “un piccolo oggetto di culto” (definizione fastidiosa, ma in questo caso corretta). Ebbene, I morticani è bellissimo. In primo luogo, c’è una lingua di vertiginosa, manganelliana ricchezza – una lingua, come accade nei grandi romanzi, capace di costruire un mondo, quel Veenetken dove si parla “un cattivo veneto che potrei veramente chiamare immorale, appunto perché privo di tradizione” (così Pier Paolo Pasolini, citato da Maino). Ma sbaglierebbe chi vedesse nei Morticani un romanzo a chiave, circoscritto alle contrade “tra la Piaga e la Lienza” e ai loro dintorni. Appoggiandosi al mito e felicemente tradendolo, Maino descrive con toni farseschi, ironici, disperati, “la monorotaia del destino” che tutti percorriamo e dà voce a quel “fraseggio della fragilità” a cui è pressoché impossibile sottrarsi.» (M.T.C.)
immagine per Nella stanza dell'imperatore
proposto da:
Simona Cives
«Sono lieta di proporre all’attenzione del Premio Strega un romanzo ambizioso e robusto scritto da un’autrice giovane e piena di talento, Sonia Aggio, che con la stessa passione che nutre nei confronti della Storia, lavora in biblioteca con grande dedizione ed entusiasmo. Il libro, dalla lingua ricca curata fin nel dettaglio, e una trama complessa e piena di sviluppi narrativi, si inserisce appieno nel filone del romanzo storico nella sua accezione più alta. Nella stanza dell’imperatore ricostruisce la parabola esistenziale dell’imperatore bizantino Giovanni Zimisce che, da semplice soldato, riuscì ad ascendere al trono di uno degli imperi più vasti e potenti mai esistiti. Una prova letteraria pregevole, che affronta temi universali importanti, con un testo dallo stile sontuoso, raffinato ed elegante, per una narrazione ricca di inventiva e colpi di scena continui.» (S.C.) Giovanni Zimisce, cresciuto con gli zii materni, i Foca, è diventato con il tempo un valoroso condottiero e combatte con coraggio per l’Impero bizantino accanto a Niceforo, il generale più brillante della sua epoca, e a Leone Foca. La guerra è tutto ciò che gli rimane: sua moglie è morta di parto e i parenti del padre, i Curcuas, lo considerano un traditore. Quando ormai sembra che Giovanni non abbia più altro scopo se non combattere al fianco dei Foca, tre streghe gli profetizzano che diventerà imperatore. Ma come è possibile, visto che sul trono ora siede Niceforo, il suo mentore, l’uomo che l’ha cresciuto e per cui darebbe la vita? Quando proprio Niceforo gli volterà le spalle e l’affascinante Teofano busserà alla sua porta, Zimisce dovrà decidere che cosa fare in futuro: restare fedele all’imperatore, assecondando i principi con cui è cresciuto, o prenderne il posto, accettando definitivamente il suo destino?
immagine per Cose che non si raccontano
proposto da:
Valeria Parrella
«Credo che l’anno trascorso sia stato ricco di bei libri, eppure io non ho dubbi, per una volta, su quello che secondo me ha meglio rappresentato la nostra letteratura ed è il romanzo Cose che non si raccontano di Antonella Lattanzi, edito da Einaudi. È un romanzo rappresentativo di un momento privato che però sa raccontare di quanto esso sia condizionato dallo sguardo altrui, di quanto, cioè, non una società qualunque ma proprio la nostra, quella italiana degli anni 2020, quella post pandemica, possa essere giudicante e richiestiva davanti alla materia più complessa e preziosa dell’esistenza: il corpo delle donne. Cose che non si raccontano è un romanzo sul desiderio, anzi su due desideri da cui questo corpo delle donne molto spesso viene straziato: il desiderio di autoaffermazione, di ambizione, di realizzazione lavorativa che si scontra inesorabilmente contro un altro desiderio totalizzante: la maternità. Quando è troppo tardi per provare a fare un figlio? Vi è inoltre, secondo me, il superamento dell’ormai abusata tecnica dell’autofiction, con un felice ritorno all’ autobiografia dichiarata, pura: quella, per intenderci, che viene da Natalia Ginzburg e dai più riusciti racconti di Anna Maria Ortese. Per tutti questi motivi e, non ultimo, perché credo che Antonella sia arrivata a una maturità formale compiuta, vorrei avere l’onore di presentarlo al Premio e agli Amici della domenica.» (V.P.)

Ci sono cose che non si raccontano perché le parole sono scogli nel mare. Ci sono cose che non si raccontano per vergogna, rabbia, troppo dolore, e perché se non le racconti, in fondo puoi sempre credere che non siano successe. Antonella e Andrea vogliono un figlio: adesso lo vogliono proprio, lo vogliono assolutamente. Ma è come se non ci fosse niente di semplice, nel desiderio più naturale del mondo: tutto ciò che può andare storto andrà storto, anche l’inimmaginabile. Antonella Lattanzi ha trovato parole esatte per questa storia, che è sua e di tutte le donne – ambiziose, indecise, testarde, libere di scegliere. Un libro emozionante, che non si riesce a smettere di leggere, straordinariamente contemporaneo.

 
L'ira di Dio
proposto da:
Roberto Barbolini
«Una forza tellurica, possente, serpeggia tra le pagine di questo intenso libro di Costanza DiQuattro, che fin dal titolo L’ira di Dio, col suo richiamo alla collera celeste, evoca la catastrofe verso la quale la trama inesorabilmente precipita: il terribile terremoto che colpì Ibla e il Val di Noto l’11 gennaio del 1693. Consideriamo la città in cui la storia è ambientata: come la Casa degli Usher di Poe, fin dalle prime righe essa si rivela una sorta di espansione psichica dei suoi abitanti: «Ibla, sciupata e stanca, di notte ricordava il lamento flebile di una prefica piangente che all’alba si trasformava nel vociare di una donnaccia spudorata». Già al centro di romanzi precedenti come Arrocco siciliano e Giuditta e il Monsù, Ibla è parola magica nella geografia interiore dell’autrice. Non importa affatto che coincida con un toponimo realmente esistente, perché è il luogo dove abita lo spirito di Costanza DiQuattro, la città che vive dentro di lei. E il realissimo evento storico del sisma disastroso che la distrusse, attorno al quale la ricca trama ruota come una trottola attorno al suo perno, segna anche il picco climaterico di una prodigiosa rinascita umana e sociale, ancor prima che urbanistica, che fa il paio con quella psichica del protagonista padre Bernardo: un aristocratico fattosi frate senza vocazione, diviso fra il senso del dovere e la brama amorosa. Nel disastro Bernardo ha perso la dolce Tresina, la perpetua con cui non senza rimorsi “viveva nel peccato”, e il loro figlioletto poco più che neonato. Ma proprio al fondo della catastrofe troverà la forza per reagire, così come dalle rovine nascerà la meraviglia tardobarocca del Val di Noto. Fervida di passione per il mondo atavico che descrive, ma ben calibrata nel dosarne la rappresentazione, DiQuattro ci consegna una prova di alta maturità stilistica, grazie a una scrittura che padroneggia perfettamente registri alti e sapide incursioni dialettali, capace di dar voce a figure memorabili mentre disegna con rigore appassionato il quadro storico e umano entro cui queste si muovono.» (R.B.)
immagine per Eclissi
proposto da:
Simonetta Bartolini
«Nel romanzo di Guarducci, il protagonista si trova d’improvviso sbalzato fuori dalle abitudini quotidiane, precipitato nel buio assoluto di un mattino imprevedibile. Lorenzo, il protagonista, apre gli occhi e per un attimo prova la sensazione di essersi svegliato in un luogo diverso da quello abituale: una fugace sensazione di spaesamento che, come una vertigine, dura solo pochi secondi. Poi, pian piano, cerca di abituare gli occhi all’oscurità assoluta e scorge, a malapena distinguibili, le travi in legno che reggono il soffitto della camera. Ma la tranquillizzante certezza di essere effettivamente a casa dura tanto poco quanto lo spaesamento con cui si è svegliato. Perché mai è così buio e il sole è scomparso? Prende così il via una lieve narrazione umanissima che si interroga sul senso e sul valore delle convinzioni e ripercorre l’esistenza alla ricerca del Divino. “Le domande che ci poniamo nel cuore della notte sono quelle più importanti e risolutive della nostra esistenza” ricorda Paolo Crepet e Guarducci, seguendo questa suggestione, mette in scena una delicata allegoria della presa di coscienza. Se un mattino dovesse accadere che il mondo è rimasto al buio, saremmo noi a dover andare a cercare le nostre fonti di luce, non all’esterno ma dentro di noi: ciò che importa, ci dice Guarducci, è riscoprire la scintilla divina e alimentarla con la spiritualità. La luce ci dona le cose, ma è il buio che ci permette di interrogarci, di cercare e di tornare a scoprire. «Servono momenti di buio in cui ci ricordiamo della potenza dei colori e del vento», così scrive. Il personaggio di Guarducci cerca il Divino. Ci dice infatti che non bisogna mai smettere di interrogarsi e di conoscersi. Dentro di noi c’è già tutto quel che serve per stare bene con noi, con gli altri e nel mondo. Ci dobbiamo conoscere, tirar fuori la nostra luce e non affidarci al dogma, ma cercare e trovare il Divino attorno a noi, attraverso noi. Il dramma della società contemporanea è che siamo sempre alla ricerca di appigli emotivi temporanei e non di sentimenti veri. Il romanzo di Guarducci, sottile nella scrittura come una trina antica, riporta il lettore alla scoperta della propria interiorità con una leggerezza che ha il sapore di una umanissima metafora del nostro inquieto mondo contemporaneo.» (S.B.)
la fabbrica delle ragazze
proposto da:
Paolo Petroni
«Un romanzo vero, moderno, a cominciare dai temi, le morti sul lavoro innanzitutto, poi la guerra, con un bel ritmo, colpi di scena, cambi di prospettiva e un racconto quasi corale con echi classici nell’atmosfera e la scrittura, appena venata di dialetto, leggera e incisiva nella concretezza del suo sguardo realista e poetico, controllato e senza un filo di retorica, sull’asprezza della vita e la capacità di resistergli.  Opera di una scrittrice, vincitrice del campiello Giovani nel 2007, poi autrice di alcuni romanzi, tra cui il notevole “Le cose da salvare” del 2020. Si parte dalla storia vera e dimenticata dell’esplosione, il 7 giugno 1918, della fabbrica di munizioni Sutter & Thévenot di Bollate (di cui parlerà Ernest Hemingway, che partecipò ai soccorsi, nel racconto Storia naturale dei defunti) che fece 59 vittime (in appendice sono riportati tutti i loro nomi e l’età), molte delle quali praticamente scomparse, perché ridotte a brandelli, tra uomini e una grande maggioranza di giovani donne. Tra queste si seguono le diverse storie di Emilia Minora (nome vero di una delle scomparse) e poi di Clementina Colombo ricostruendole con la libertà e la creatività del narratore, ma dando risalto in particolare alle figure e al dolore dei genitori della prima, Martino e Teresa Minora, contadini dai sentimenti profondi vissuti con pudore e ritrosia e dalla vita misera e aspra, relativamente ai quali, ma non solo, nasce la domanda: “Perché le guerre, quando finiscono, non finiscono mai per tutti?”. Domanda che appunto riguarda coloro che ne sono rimasti segnati, ma che qui si allarga a tutto, acquistando un valore esistenziale, metaforico, oltre a quello più letterale relativo alla Grande Guerra, di cui si raccontano gli ultimi mesi e la fine, nel 1918, tra Bollate, le campagne intorno e Milano, unite dal fiume Seveso, percorse da ragazze e uomini in bicicletta e carretti. Con queste, mentre la fabbrica riprende subito la produzione utile alla guerra, che procede indifferente alle morti che si lascia dietro, si intrecciano altre vicende umane, da quella del soldato Corrado, che diserta per una illusoria storia d’amore, al carabiniere Ernesto Fumagalli detto Drumedari che gli dà la caccia, al farmacista di Bollate e molte altre minori, in un affresco coinvolgente di una realtà articolata e ricca nel rendere conto dei fatti ma assieme di come le persone li elaborano per sopravvivere bene o male.» (P.P.)
immagine per Le cronache di Dora Mattei
proposto da:
Ignazio R. Marino
«Personalmente non sono un lettore del genere giallo ma quando ho avuto la possibilità di leggere Le Cronache di Dora Mattei – I leoni di Kari ho subito pensato che il genere giallo ha trovato in Paola Fabiani un’interprete originale, appassionata e attenta sia al contesto storico in cui le vicende si svolgono, sia a problematiche che sono ancora vive e presenti nel nostro secolo. Il romanzo tratta una storia ambientata nella Roma degli anni ’50. Dora Mattei è una giovane giornalista determinata e coraggiosa, capace di affrontare le difficoltà legate al mondo misogino della redazione in cui lavora e in genere della società di quegli anni. Nei Leoni di Kari, durante una visita guidata al museo archeologico di Vicolo del Leopardo in Trastevere, viene ritrovato il corpo senza vita del guardiano notturno, disteso a terra accanto alla teca di vetro, che contiene il tesoro appartenuto a una giovane principessa etrusca. La giornalista, che fa parte del gruppo di visitatori, si troverà per prima a conoscere una notizia che appare fin dall’inizio avvolta dal mistero di fatti strani e inspiegabili. L’autrice ci accompagna con delicatezza nella sfera delle emozioni e delle relazioni, e proprio grazie a queste dipana una trama di singolare ricchezza espressiva e visiva con cui vengono poste al lettore più ipotesi di soluzione del mistero, durante un percorso narrativo senza cedimenti o cali di tensione. C’è un richiamo chiaro non solo alla tradizione dei grandi autori del genere di fine Ottocento e primo Novecento, ma anche alla finezza del romanzo psicologico dello scorso secolo: e questo si coniuga con la passione irrinunciabile e sincera per la vocazione archeologica di Roma e del Lazio nel suo complesso (da me fortemente condivisa).» (I.R.M.)
Adelaida
proposto da:
Romana Petri
«Adrián N. Bravi ci racconta la storia di questa formidabile donna Adelaida Gigli, bella e fascinosa come Jeanne Moreau, che a Buenos Aires partecipa alla vita culturale e politica dalla parte dei poveri fondando la rivista «Contorno». Artista a sua volta, è ceramista di talento, critico d’arte e amante della letteratura. Ma dividendola in due categorie: quella da leggere e dimenticare (da leggere comunque) e quella da leggere e ricordare. Chi scrive questa magnifica biografia, ci mette l’entusiasmo di chi, avendo conosciuto l’inafferrabile Adelaida, è obbligato a metterci dentro anche qualcosa di sé. Non della sua vita al posto di quella di Adelaida, ma ciò che Adelaida genera in lui quando l’ha conosciuta a Recanati (tornata ormai definitivamente) all’età di sessantuno anni. Il fascino sembra non permetta alla bellezza di fuggire, all’intelligenza di non aggiungere bellurie indelebili in chi, molto più giovane, conosce una donna in procinto di diventare anziana, eppure la vede com’era. La scrittura mirabile di Bravi è come uno specchio. Lui scrive guardandoci dentro, ma non trova sé stesso. Flaubertianamente indentificato con Adelaida è lei che fa muovere, rivivere, soffrire, ma avere ancora qualche fondamentale, fugace appuntamento di felicità nell’ultima parte della sua vita solitaria. È da quello specchio che Bravi si accorge, nei funerali di Adelaida, di come sia inutile, a volte, chiudere gli occhi dei morti. Chi l’ha detto che non possano vederci? Un’opera di rara bellezza (molto più di una biografia). Bravi, con Adelaida, ci offre in dono la vita di una donna unica, che nessun lettore potrà mai dimenticare.» (R.P.)

Nata a Recanati nel 1927 – figlia del pittore Lorenzo Gigli che, con la sua famiglia, durante il fascismo, decise di lasciarsi l’Italia alle spalle alla volta dell’Argentina – Adelaida Gigli è stata un’artista anticonformista e brillante, divertente e ironica nonostante il suo passato drammatico e doloroso. Affascinante come Jeanne Moreau, piena di spirito come Wisława Szymborska e appassionata delle sigarette come Ingeborg Bachmann, Ade­laida alla fine degli anni Quaranta è a Buenos Aires e si tuffa nella vita politica e letteraria della città. Insieme al marito David Viñas e ad altri intellettuali, fonda la rivista Contorno, destinata a diventare un punto di riferimento per l’Argentina degli anni Cinquanta, una esperienza dal basso e politicamente schierata con le classi più indigenti, in contrasto con la ricca e altolocata Sur di Victoria Ocampo. In quegli anni Adelaida ha due figli, Mini e Lorenzo, militanti del gruppo rivoluzionario montoneros. Entrambi ‘desaparecidos’, lei nel 1976, lui nel 1980.  Subito dopo il colpo di stato del 1976 e la straziante perdita dei figli, Adelaida è costretta a lasciare l’Argentina per recarsi a Recanati, suo paese natale, dove comincia una nuova vita artistica e personale. Sempre nella città di Leopardi, muore nel 2010, in un ricovero, nel quale trascorre gli ultimi nove anni, in solitudine. Adrián N. Bravi ripercorre con amicizia e grazia le tappe della vita di una donna d’eccezione, che ha potuto conoscere e di cui è stato confidente, e mentre lo fa ci racconta gli anni della dittatura, l’impegno politico dei più giovani, il fermento culturale, la forza della letteratura argentina. Come si può rimanere al mondo dopo la perdita dei propri figli? Come ha vissuto chi si è salvato scappando dalla persecuzione politica? In questo romanzo biografico l’umanità formidabile di una donna e di un’artista emerge e commuove, mentre la scrittura racconta la potenza della memoria, dell’affetto e della resistenza contro ogni tentativo di cancellazione e oblio.

epigenetica
proposto da:
Helena Janeczek
«Candido Epigenetica, il romanzo con cui Cristina Battocletti pratica una scrittura di confine e di sconfinamenti avventurandosi dalle parti letterarie della Mitteleuropa venata di follia e mossa dall’urgenza di dare voce ai fantasmi. Nuova è la sua voce singolare, nuovi i fantasmi, nuova l’idea che si innestino per trasmissione epigenetica, anche se Battocletti si è fatta guidare dall’eredità stilistica del Novecento per afferrarli. Racconta infatti un’eredità emotiva che, prendendo spunto dal Guizzardi di Celati, si snoda in un romanzo di “de-formazione”. Ma qui lo squilibrio appartiene a un’eroina segnata dalla peggiore delle colpe: abbandonare un figlio, e non per indigenza. Costretta a ripercorrere gli errori della madre incapace di allevare lei e i suoi fratelli, Maria compie il suo viaggio erratico attraversando le atmosfere fanées della Grado asburgica, la bellezza straniante di Roma e la verticalità nervosa di Milano, dove la protagonista tenta di affermarsi attraverso lo studio e la scrittura. La sorpresa è soprattutto nella lingua dura e diretta: ricorda Ágota Kristóf nel suo essere tagliente, concretissima, seppur poetica e metaforica nell’oscillare tra passato e presente Epigenetica è anche un romanzo sulla speranza e sul cambiamento: Maria accumula tenebre e tuttavia lascia possibilità all’irrompere della luce.» (H.J.)
immagine per Jazz Café
proposto da:
Elisabetta Mondello
«Propongo Jazz Café di Raffaele Simone per la LXXVIII edizione del Premio Strega, una raccolta di sette storie intense e sorprendenti, costruite attorno a una serie di personaggi che in comune hanno una personale ricerca della felicità (o almeno della non-infelicità) e della giustizia. Raffaele Simone, linguista, professore emerito di Roma Tre, lessicografo e autore di saggi sulla modernità ricostruisce con una scrittura incisiva e ricca, in cui si intrecciano lingua letteraria, espressioni dialettali, citazioni colte e suggestioni pop, le vite fra loro profondamente diverse dei suoi protagonisti, tutte destinate ad essere disturbate e disastrate da un evento che irrompe nel racconto rendendo vana ogni ambizione di cambiamento. Si illudono di essere autorevoli o capaci di padroneggiare il proprio destino il potente avvocato romano furioso per gli schiamazzi dei ragazzini davanti al suo portone; l’abitante di Borgo Pio, impossibilitato a tornare a casa a causa dei funerali del Papa che hanno richiamato a Roma milioni di fedeli; il noto studioso di Pirandello costretto a confrontarsi con se stesso dopo un malinconico incontro con gli ex compagni di liceo. La sfortunata coppia protagonista di un promettente flirt vacanziero, trasformatosi in un disastro nella calura estiva e fra le rocce dell’isola d’Elba; il giudice, tormentato dagli esiti di un processo per un delitto efferato, che si aggira nella Parigi della Nuit Blanche; la traduttrice di un’opera di Rutilio Namaziano coinvolta in un deludente soggiorno in una gelata Chicago, divenuta minacciosa e ansiogena; il malato che nel letto d’ospedale ripensa alla storia d’amore della vita, rivelatasi in autentica e tossica. Sono destinate a dimostrarsi illusorie le speranze dei personaggi, cui è stato affidato il compito di narrare le contraddizioni e le difficoltà della condizione contemporanea: non riescono a sottrarsi (né potrebbero farlo) alla sorte comune a tutti i protagonisti della commedia umana, poiché non esiste una soluzione alla limitatezza. Rimane la funzione potente della scrittura, celebrata nell’ultimo racconto: è una creatura vivente capace di entrare nel corpo di chi scrive, non chiede di essere aiutata ma solo accolta, ricevuta, perché esiste già da qualche parte. E chi scrive deve solo scoprirla e aiutarla a rivelarsi.» (E.M.)
Le Madri della Sapienza
proposto da:
Riccardo Cavallero
«Le Madri della Sapienza è il titolo con cui Eduardo Savarese, già esperto narratore, torna al romanzo, dopo i recenti Il tempo di morire e È tardi, in cui il discorso narrativo si mescolava a elementi del saggio e del memoir. Si tratta di un romanzo che parla del presente e delle sue tensioni: la congerie politica dell’oggi, i suoi populismi, le battaglie per i diritti civili, la ricerca di senso, di relazioni umane e affettive che non si lascino sgretolare dall’orizzonte cinico, alienato, del successo e del profitto a ogni costo; ma è un testo che parla o lascia parlare anche la letteratura e i suoi modi: l’affabulazione di carattere magico-fantastico, il racconto nel racconto, le voci plurali. Un romanzo in cui la tensione tra l’elemento politico e quello letterario prende la forma di una battaglia dai contorni epici, come in un dramma wagneriano. Tre elementi spiccano nel romanzo. La costruzione di personaggi rotondi e imponenti, come il giovane premier Anselmo Riccardi, divorato dalla passione del potere e dal risentimento nei confronti della figura paterna; e le figure dei tre omosessuali che hanno fondato il monastero delle Madri della Sapienza, Fernando, Giorgio e Luciano: uomini maturi, a cui le ferite della vita hanno insegnato la clemenza e l’umorismo ma anche la tenacia e la dedizione a una causa. La capacità della lingua di modulare svariati toni, teneri e leggeri, severi e tragici. Una lingua capace di illudere e disilludere, di trasmettere al testo tanto presagi a tinte fosche quanto idee e visioni di speranza e di futuro. Una lingua e uno stile che non temono, in alcuni punti del romanzo, di sfondare il realismo per approdare in una dimensione a tratti magica. E infine l’istituzione di un sacrario, il luogo in cui s’intende preservare un messaggio d’amore, il cuore del libro: il monastero delle Madri della Sapienza, sempre minacciato dalle tempeste della politica e del senso comune, un luogo la cui difesa merita ogni sforzo.» (R.C.)
marabbecca
proposto da:
Daria Bignardi
«Viola di Grado è una scrittrice diversa da tutt*. Ho sempre ammirato la sua prosa elegante, preziosa ma rigorosa, ma in Marabbecca mi sembra che Di Grado abbia trovato un equilibrio perfetto tra la consueta originalità e un tema oscenamente contemporaneo come quello della violenza di genere. Il romanzo è un meccanismo pieno di sorprese e invenzioni fino all’ultima riga. Trovo che Viola Di Grado abbia raggiunto una maturità che credo andrebbe riconosciuta e premiata a dispetto della sua personale inclinazione a vivere e scrivere appartata e lontana da ogni mondanità editoriale. Spero che questa sua opera disperata e affascinante, grazie al Premio Strega, verrà letta e celebrata come merita.» (D.B.)
L'oro puro
proposto da:
Concita De Gregorio
«Oro Puro è un grande romanzo di mare. Di viaggio e di mare, per mare: non ne sovvengono alla mente molti nella letteratura italiana del Novecento, come se gli scrittori della penisola avessero voltato le spalle all’acqua che tutto circonda se non immergervisi di tanto in tanto per diletto, talvolta con spavento, o per meditare l’orizzonte dalla riva. Come se il mare fosse del Paese un magnifico e temibile accessorio, tutt’al più luogo di fatica, di lavoro e di disgrazia. Rare le eccezioni, sovente poco note. Fabio Genovesi, nato e cresciuto in Versilia dove vive, racconta la più celebre traversata della storia con gli occhi e la voce di Nuno, mozzo sedicenne. Nei diari di Cristoforo Colombo si legge che al momento del naufragio della Santa Maria, la notte di Natale, al timone c’era un giovane inesperto. “Mezza riga, niente di più. Ci ho messo quindici anni per trasformare quella mezza riga in un romanzo. Come si chiamava, chi era, cosa faceva lì?”. L’errore che avrebbe cambiato la rotta della storia moderna, dunque la forza dell’errore. L’impotenza degli uomini superbi, convinti di scrivere il proprio e l’altrui destino. La fatalità, invece. Quel che accade per caso o per sbaglio e che da quel momento in avanti ci definisce, ci colloca e ci nomina. Neppure Colombo, lo sappiamo bene, sapeva dove fosse arrivato. Figuriamoci il mozzo. E invece è proprio il ragazzo a definire il senso di questa grande storia corale e collettiva. È lui, la sua vita piena di tutto quello che manca, le sue origini, sua madre, le sue paure (del mare, di nuovo: spaventoso), le occasioni che si offrono impreviste e da ultimo la più grande di tutte: il mozzo sa scrivere, conosce il dono di tramandare le parole, di costruire la memoria. In virtù di questo, la più grande delle doti, l’Ammiraglio lo terrà accanto a sé per tutto il viaggio. È Nuno, no uno, nessuno il testimone inconsapevole. Intorno a lui il mondo che si definisce fra destini comuni, fra persone casualmente chiamate a trascorrere insieme un tempo lunghissimo, chiuse in uno spazio angusto e dirette verso una sorte ignota. Perciò una geografia degli animi umani, una mappa. Non è un eroe coraggioso, il mozzo. Qui nessuno lo è, del Comandante si sospetta persino e si sussurra sia folle. Sono tutti piccoli, questi uomini nel guscio di legno, minuscoli al cospetto del mare di ogni cosa imperatore. Sono nelle mani di un destino che non sanno, e compiono l’impresa.» (C.D.G.)
La meccanica dei corpi
proposto da:
Marco Zapparoli
«Grazie a una scrittura lucida e priva di fronzoli, a una scelta meticolosa di dettagli, frangenti, immagini, Paolo Zardi riesce nella cosa più difficile e insieme centrale della Letteratura: aprire squarci straordinari nell’ordinario, rendere plausibile l’implausibile, rendere presenti i lettori a fatti, pensieri, personaggi. Non è scontato vedersi di fronte Maria – grazie a un astuto artificio – nei primi istanti in cui comprende di trovarsi “in attesa”, la più cruciale e discussa della Storia, quella di Cristo. Non è facile credere che una giornalista in crisi riesca a metter finalmente sotto i rivali, nell’agenzia per cui lavora, scatenando con i propri pezzi – ah, il demone della visibilità, dei like! – un’intera cittadina contro un mostro inesistente. E che dire di un anziano che, avvolto da un coro di fantasmi emanazione degli affetti del passato, riesce a ricongiungersi – grazie a un lungo viaggio, spinto da una delirante quanto lucida visione – con il figlio svanito nel nulla anni e anni prima? I racconti di Paolo Zardi meritano di esser letti da un pubblico ampio e delle più diverse età: propongo quindi La meccanica dei corpi con gioia – ciò che ho provato leggendolo – e convinzione.» (M.Z.)
i mangiafemmine
proposto da:
Lisa Ginzburg
«Con I mangiafemmine, Giulio Cavalli costruisce una lucidissima distopia che non ha nulla di distopico. Si addentra nell’abominio dei femminicidi tratteggiando personaggi maschili dalla bieca e cieca natura, e lo fa in modo impietosamente verosimile, così come immagina e restituisce donne i cui disgraziati destini risultano anch’essi assolutamente contigui alla realtà. Il risultato è un romanzo che è attuale a ogni pagina, ma la cui forza letteraria in nulla disobbedisce alle ferree regole della trasposizione e dell’invenzione. Un libro che si legge d’un fiato, con totale coinvolgimento per come affonda nel nervo del possibile, eppure sentendosi costantemente nutriti dalla cruda pienezza della fantasia. Dialoghi, frangenti, intrecci: tutto è terso e stringente come solo accade quando lo sguardo di uno scrittore sa essere chirurgico per come nitido e coraggioso, quasi una lama quando affronta quel che sta per tagliare senza in nulla arretrare davanti alla precisione del suo proprio gesto. Il mondo di DF, luogo/spazio immaginario il cui acronimo condensa nel suo enigma distopia e denuncia, è specchio convesso che riflette senza deformare una troppo vasta porzione del mondo in cui viviamo. E come succede nella letteratura quando è tale, riprovazione, scandalo, angoscia, paura, dolore, ogni moto d’animo suscitato nel lettore genera a propria volta un processo di associazione con la vita vera che indirettamente rafforza lo spessore dell’immaginazione narrativa. Un libro che parla di esistenza e di pulsioni di morte, di violenza di genere, di frustrazione e di soprusi, di abissi morali e di rapporti di forza. Una vicenda densa di voci maledettamente azzittite ma su cui, stendendosi come una scia, rimbomba sonora l’eco che quelle stesse vittime lasciano nell’aria, grido acuto di allarme, anatema.  Per lo stile preciso e la struttura compatta, per come reinventando la realtà in senso antropologico e politico sa narrarla dal di dentro, per come incuneandosi nel buio riesce a sviscerare di quel buio ogni singola ombra, I mangiafemmine è un romanzo importante, che con convinzione mi sento di presentare al premio e agli Amici della domenica.» (L.G.)
immagine per Il pozzo vale più del tempo
proposto da:
Jonathan Bazzi
«Arrivata al suo quarto romanzo, Ginevra Lamberti si spinge sino all’orlo del mondo per come lo abbiamo conosciuto finora e lì traccia un nuovo sentiero, che rimette in circolo il potenziale conoscitivo della fiaba, del mito, del folklore. Ibridando, con coraggio e sensibilità, l’indagine storica con la distopia, ne Il pozzo vale più del tempo, l’autrice dà vita a un racconto originalissimo e fascinoso che punta tutto sugli strumenti conoscitivi propri dell’invenzione letteraria, per materializzare le conseguenze, perturbanti e poi tragiche, della volontà di potenza che tutto desidera e dunque devasta. Collasso ambientale, migrazioni per la sopravvivenza e lotta per le risorse sono i presupposti di un romanzo che, esplorando le previsioni ancora oggi in buona parte ignorate dal potere, accetta la sfida di pre-sentire il futuro, e lo fa dal punto di vista, preciso e commovente, dell’infanzia violata, dei suoi simboli e giochi. Che tutto questo avvenga riconciliando contemporaneità e immaginazione, intuizioni sul presente e autentica sapienza narrativa, è il piccolo miracolo di questo libro, personale eppure pieno di mondo, che propongo con gioia all’attenzione del Comitato direttivo e degli Amici della domenica.» (J.B.)

Dalia, otto anni, dopo un incidente passa molti giorni in un ospedale che non è un ospedale perché il mondo non è più il mondo; viene dimessa, torna a casa, la casa è vuota, probabilmente tutti sono morti. Dalia, nei giorni di ricovero, conosce due bambini che hanno avuto pure loro un incidente: il bambino soporoso che non può parlare e Morena, che non si muove bene, ma riesce a scrivere. Uscita dall’ospedale, di quei bambini, Dalia per molto tempo non saprà niente. Senza famiglia, senza soldi e senza casa, Dalia viene accolta dalla vecchia Fioranna, che ha fatto la maestra, sa insegnare e sa difendersi. Fioranna insegna a Dalia due cose: che il mondo così come gli esseri umani l’hanno conosciuto esiste ancora ma è nascosto sulle montagne, e come seppellire un corpo. Così Dalia, dalla valle tiranneggiata dalla famiglia Boscarato, i padroni di sempre – perché il mondo non è più lo stesso, ma chi è padrone tale rimane –, ascende alla montagna e arriva al Villaggio dei Pozzi. Sapendo come accudire e come seppellire, Dalia sa come trattare i corpi vivi e morti, anche quelli non umani. È così che diventa l’assistente del macellaio Biagio e la dama di compagnia dell’eccentrica Orsola. Se in ospedale, da bambina, i compagni di Dalia erano il bambino soporoso e la bambina con la penna, nella sua età matura sono proprio loro: Biagio, il macellaio burbero perseguitato da una gatta bianca, e Orsola, la donna delle storie, che vive da sola in un albergo dismesso dove, come ormai ovunque, si è consumato un delitto. La temperatura del mondo fluttua intorno ai cinquanta gradi, le coltivazioni stentano, il bestiame muore, in montagna c’è acqua ma non ci sono armi né medicinali, in pianura ci sono sia le armi che i medicinali, ma non ci sono né acqua né cibo. È naturale che i Boscarato, come fanno sempre i padroni, tentino di mangiarsi tutte le risorse. Ma quando la temperatura esterna è tanto alta il capitale umano è l’unica risorsa che resta, e mangiare non ha più un significato così metaforico. Se Agota Kristof, nella Trilogia della città di K., ha scritto che si è davvero capaci di uccidere quando si ammazza qualcosa che non bisogna mangiare, se Cormac McCarthy, ne La strada, ha descritto esseri umani che sono riserve alimentari di altri esseri umani, Ginevra Lamberti narra come la produzione di massa cambia il racconto dell’uomo che mangia l’uomo. In un romanzo potente, per scrittura e immaginazione, in cui la tenerezza è prima di tutto un abisso, anzi un fosso, nel quale le prostitute vendono i gesti e le parole della cura e non quelli della seduzione – ammesso che ci sia differenza –, e dove il Veneto è un Far West e Venezia ha smesso di essere un pesce perché la laguna non esiste più, Ginevra Lamberti fonda la mitologia del cambiamento climatico, del rispetto dei morti senza il culto, delle leggende che si ripetono uguali e maledicono secondo maledizioni sempre nuove perché sempre nuove sono le colpe, e dell’amore, che dopo aver fatto movere il sole e le altre stelle, per secoli, adesso le fa implodere.

 
il grande manca
proposto da:
Loredana Lipperini
«La letteratura racconta da sempre la perdita: o almeno prova a raggiungere gli amati con le parole, cosa che va persino al di là dei suoi scopi apparenti. Forse, anzi, gli scrittori servono a questo, a trovare le parole per sconfiggere, se non la morte, la solitudine della morte e il suo ripudio, la titubanza e anche la ripugnanza che chi subisce una perdita suscita negli altri. Il grande manca di Pierdomenico Baccalario fa questo: narra la perdita subita da Vittorio e il suo dolore per il fratello Federico, in coma dopo un incidente. Vittorio prova a essere lui, e dunque a completare le sue collezioni di fumetti, a camminare sugli stessi passi, a esistere nei suoi giochi di ruolo. Quando chi scrive racconta questo, non dà vita solo a un progetto letterario, ma a un progetto di ricostruzione di quanto abbiamo perduto, non solo di chi. È capacità di condividere, anche il dolore. Il grande manca non è un libro per giovani adulti, ma un romanzo per adulti: perché forse bisognerebbe dire basta a schemi e steccati e caselle, quando le storie riescono a toccare chi legge, qualunque sia la sua età o il suo presumibile gusto. Ed è per questo che lo propongo al Premio Strega 2024.» (L.L.)
immagine per Storia dei miei soldi
proposto da:
Nadia Terranova
«Vent’anni fa una scrittrice ha pubblicato un romanzo che era una favola sull’amore, sulla solitudine, sulla ricerca di sé attraverso il corpo. Era adolescente, ed era anche una scrittrice: non lo si diventa a un’età, lo si nasce – però, siccome era giovane, quel romanzo testimoniava la sua gioventù. Scatenò clamore perché testimoniava anche un’epoca in cui si riteneva inaccettabile che gli adolescenti avessero una vita sessuale che sfuggiva alle proiezioni degli adulti, fu definito immorale e scandaloso, allora non andavano di moda hashtag o cordoni contro le aggressioni misogine, e la scrittrice tradotta in tutto il mondo attirò le peggiori, cavandosela sempre senza lagne e con eleganza. Vent’anni dopo, la scrittrice è sempre una scrittrice, e a differenza di tanti che smaniano per il successo non ha mai dovuto inseguirlo, piuttosto si è concessa il lusso di non abbandonare l’unica avventura realmente audace della sua vita: essere sé stessa. Si è innamorata e disinnamorata, ha viaggiato, ha scritto libri e articoli saccheggiando i suoi numerosi interessi senza attaccarsi a nessuna corrente, ha attraversato ombre, interruzioni e fallimenti, è stata truffata, ha scelto di diventare madre, ha scelto ogni giorno di salvare di sé solo ciò che non moriva e non la faceva morire. Un giorno incontra Clara T., l’attrice che ha interpretato al cinema il secondo dei suoi romanzi, e con lei inizia un dialogo ipnotico. Clara ingoia mentine, o forse monetine, e parla solo di soldi. Lucido e struggente è il racconto della sua vita parallelo a quello della scrittrice: inizia una storia ibrida e vertiginosa di fantasmi e solitudine, una storia d’amore – solo quelli bravi sanno parlare d’amore e di dolore attraverso la luccicanza senza mai, neppure per un attimo, cadere nella retorica. Solo quelli bravi sanno prendersi rivincite senza le retoriche dei libri di riscatto, senza nascondere dolore, compromissioni e voragini. Così, Storia dei miei soldi risulta un romanzo magnifico, scivoloso e sapiente, che gioca con il grottesco, con il doppio letterario, con l’autofinzione, scritto dalla voce saggia di una donna capace di abbracciare la bambina che non smetterà mai di portare dentro. Una voce insieme millenaria e infantile, e perciò, senza necessità di pose o travestimenti, semplicemente e naturalmente magica.» (N.T.) A raccontarci questa storia è una scrittrice, resa famosa quando era molto giovane da un audace romanzo nel quale metteva in scena sé stessa. Adesso è una donna adulta, ha costruito una famiglia e le sembra di avere compreso che scrivere per lei è stato il frutto di un’urgenza ora sopita. Ma la vita si incarica di dimostrarle che per conoscersi veramente bisogna trovare lo specchio in cui guardarsi e mette sul suo cammino Clara, l’attrice che quindici anni prima è stata il suo doppio nel film tratto da uno dei suoi romanzi. Clara è ancora bella ma i suoi grandi occhi verdi a tratti diventano laghi di vergogna; Clara ha fame ma deglutisce con fatica; Clara non ha più soldi, e trova il coraggio per chiederli a chi incontra. Più di tutto, Clara ha bisogno di raccontare la sua storia e improvvisamente questa diventa una missione che le riguarda entrambe. Per le due protagoniste comincia un viaggio che si dipana sulle tracce del solo alimento che – insieme alla passione – può consentirci di diventare chi siamo: i soldi. Dopo aver osato mettere al centro delle sue pagine il desiderio femminile, Melissa Panarello scrive il suo romanzo più autentico e intenso che si propone di indagare un altro grande tabù: quello del denaro fra le mani di una donna. La figura di Clara T. si staglia in queste pagine come una antica divinità divorata dal suo stesso amante, e con voce ferma racconta le ustioni che il successo e la ricchezza lasciano sulla pelle di chi li attraversa, le trappole che la giovinezza tende a chi è più fragile, il privilegio e la dannazione del talento.
gotico rosa
proposto da:
Massimo Onofri
«Quasi all’inizio della sua vicenda, nel 2006, Luca Ricci aveva pubblicato un libro dal titolo eloquente: L’amore e altre forme d’odio. C’era stata poi, insieme a molto altro, la quadrilogia delle stagioni, conclusasi l’anno scorso con I primaverili. Arriva ora a riprendere il discorso, con vocazione fenomenologica e dentro una popolata galleria di ritratti, Gotico rosa, pubblicato da La nave di Teseo. Quella del racconto è di sicuro un’arte in cui l’Italia primeggia e dentro questa tradizione oggi Ricci eccelle: per la notevole disposizione a inventare trame, per la drammaturgia del personaggio, per la felicità e facilità dei dialoghi, per la singolarità del punto di vista, per la limpidezza della scrittura, ma, soprattutto, per la capacità di contrarre nel breve d’un racconto un destino. Uno dei racconti reca in epigrafe una massima di Cioran: “I sentimenti sinceri presuppongono una mancanza di riguardo verso di sé”. Si tratta d’una verità ambivalente e forse ambigua dentro cui folgorano i frammenti dell’ininterrotto discorso d’un originale anatomopatologo dell’amore.» (M.O.)
la tesina di s.v.
proposto da:
Giuseppe Conte
«Desidero presentare al Premio Strega il romanzo di Alberto Capitta, intitolato La tesina di S.V che unisce alla qualità di una scrittura raffinatamente letteraria una forza di invenzione non comune: lo studente S.V. legge al professore davanti alla classe la sua tesina dove racconta come si sia messo all’inseguimento di un pallone saltato oltre la rete durante una partitella di calcio, un inseguimento che assume presto toni epici, fantastici, velatamente metafisici. E diventa un percorso verso il mistero, verso la profondità dell’umano (e della letteratura).» (G.C.)
Le mie icone
proposto da:
Cesare de Seta
«Propongo in piena convinzione e dopo una scrupolosa lettura il volume Le mie icone di Giuseppe Mancusi Barone sul quale non è facile scrivere una sinossi che è esplicita nelle mie poche parole: ne ho apprezzato la chiarezza, la stilistica proprietà di linguaggio e il contenuto delle sue impeccabili intenzioni.» (C.d.S.)
immagine per Autobiogrammatica
proposto da:
Emanuele Trevi
«La lingua, e il rapporto intimo che ogni scrittore instaura con le parole della sua vita, quelle che lo hanno formato e ne hanno scandito il percorso intellettuale e umano, sono stati per lungo tempo confinati al mondo della saggistica e della critica letteraria. In Autobiogrammatica, con la sapienza e la profondità che da sempre connotano la sua scrittura, Tommaso Giartosio li trasforma nel cuore e nel motore di un testo che è al contempo romanzo di formazione e memoir, cronaca famigliare e autoritratto, dizionario pubblico e privato: un’impresa che a me sembra preziosa quanto necessaria.» (E.T.) Esiste un legame segreto tra le due linee sinuose lungo cui si snoda la nostra vita: da una parte l’apprendistato dell’alfabeto, dei nomi, del lessico famigliare, dell’insulto, dello scherzo, delle lingue straniere, dei codici segreti, della poesia; dall’altra l’invadente amore per i genitori, la scuola che è un viaggio nell’ignoto, le seduzioni e dilazioni dell’amicizia e del desiderio, la contrattazione di un posto nel mondo – in un’Italia in cui regnano il privilegio, il pregiudizio, la violenza politica e privata. Tommaso Giartosio traccia tutti i legami che connettono questa doppia elica, e sa che imbarcarsi in un’impresa del genere significa chiedersi: quali lettere hanno il sapore dello zucchero sulle nostre labbra, e da dove nasce questo godimento? Qual è l’abbecedario dei nostri amori? Quali parole racchiudono le nostre paure? La lingua come origine della coscienza e del mondo, genealogia degli affetti, identità e disidentità, filtro per lo sguardo, sola possibilità di dare un senso a ciò che abbiamo vissuto. La lingua madre e la lingua salvata. La lingua che non è soltanto restituzione poetica del racconto, ma sostanza stessa di questo racconto. E su tutto, intorno a tutto, la babele delle nostre esistenze e di quelle che ci hanno preceduto.
marguerite e stata qui
proposto da:
Aldo Cazzullo
«Propongo la candidatura di Marguerite è stata qui di Eugenio Murrali, un libro denso e magnetico. Questo romanzo contribuisce a sottolineare il valore e il potere della letteratura grazie allo stile strutturato e distintivo dell’autore, che plasma la frase con una lingua evocativa e solida, fatta di immagini e metafore fresche. La narrazione di Murrali è un originale e vigoroso concerto di personaggi, che, come immagini specchianti, raccontano la vita di Marguerite Yourcenar.» (A.C.)
L'ultimo treno da kiev
proposto da:
Gianni Maritati
«Con uno stile aderente alla crudezza della realtà raccontata, il romanzo ricostruisce in modo doloroso la fuga di tante donne ucraine dalla fame e dalla guerra. Con gli occhi di Irina, la protagonista costretta a lasciare il suo Paese per cercare in Italia un nuovo futuro insieme a sua figlia, possiamo vedere le piaghe dell’immigrazione clandestina, lo strapotere delle mafie, le scosse terribili dello sradicamento culturale. Un viaggio, quello di Irina, verso la libertà e l’emancipazione. I personaggi sono memorabili. Da sottolineare la partecipazione affettuosa ma mai invadente dell’autrice a un grande dramma del nostro tempo.» (G.M.)
immagine per Tanto poco
proposto da:
Elena Stancanelli
«Tanto poco, l’ultimo romanzo di Marco Lodoli, svela fin dal titolo la sua natura. È un avverbio, un ossimoro, un punto di osservazione che può essere ribaltato. Come la donna in copertina. È una storia che scivola velocissima fino alla fine con la grazia e la spudoratezza che Lodoli ha reso, negli anni, sempre più leggere, esatte, una lingua che pare sognata. In questo romanzo – una peculiare forma di autofiction allo specchio – qualcuno guarda qualcun altro, lo osserva con tenerezza e passione, lo accompagna col suo sguardo lungo una vita intera. Inutile cercare di sapere se l’osservato sia davvero il professore, Matteo, che è anche uno scrittore “che prometteva bene e poi si è smarrito”. Oppure se, come sembrerebbe, la bidella, che racconta la storia in prima persona. Tanto poco, come tutti i romanzi di Lodoli, somiglia soprattutto a una fiaba: si legge di un fiato e rimane per sempre. Qual è la strada verso la felicità, qual è la vita che dovremmo vivere, che cosa significa davvero farcela o non farcela? Ma soprattutto: possibile che l’amore non basti?» (E.S.)
l'azzurro dentro
proposto da:
Diego De Silva
«Messina scrive con gentilezza antica, rincorrendo modelli letterari riconoscibili che tuttavia ha saputo far propri in un romanzo agile ed esteticamente ben costruito. Lo si segue quasi musicalmente, con l’affetto di un disco che ascoltavamo da bambini e un giorno spunta tra carte, ricordi e vecchie foto che neanche il giallore del tempo è riuscito a sbiadire.» (D.D.S.)
un senso di te
proposto da:
Giulia Ciarapica
«“Mi tormenta il pensiero della nostra estraneità”, questo si legge dopo poche pagine dall’inizio dello struggente romanzo-verità di Eleonora Geria, Un senso di te. Una madre che scopre di avere un figlio sordo dalla nascita, che deve ricomporre la propria vita attorno a una consapevolezza: niente può essere come lo aveva immaginato. A sostenere una narrazione autentica e priva di fronzoli c’è la verità di quanto narrato, perché Eleonora Geria racconta la sua storia e non quella di qualcun altro, mettendo il figlio Nicola al centro di tutto e dandogli la possibilità di “trovare un centro, una propria identità”. Questa ricerca di equilibrio – non solo nella vita del bambino ma anche in quella della donna e madre Eleonora – riscrive le regole della comunicazione sentimentale e dell’educazione emotiva di entrambe le parti, in un gioco molto spesso doloroso e che tuttavia si rivelerà presto un percorso di maturazione necessario alla sopravvivenza. Inserendosi in un filone iper-contemporaneo e portando sul piano narrativo l’esperienza autobiografica, Geria compie un atto di grande coraggio che è anche, ovviamente, gesto d’amore verso suo figlio e verso sé stessa. Quella intrapresa dall’autrice non è solo una battaglia (umana e narrativa) ma è anche e soprattutto la costruzione d’un modo di vedere le cose: la ricerca della normalità e ancora prima l’urgenza di capire cosa sia davvero la normalità, cosa sia il silenzio e che ruolo abbiano le parole nella vita di ogni individuo.» (G.C.)
Il nome segreto
proposto da:
Carlo D’Amicis
«Quante persone contiene la parola io? In un tempo nel quale sembra prevalere, a volte anche in letteratura, il radicalismo identitario, Olga Gambari sceglie di raccontare la molteplicità e l’inafferrabilità dell’animo umano attraverso la storia di Eva, una storia che è molte storie, una donna che è molte donne, in fuga da sé stessa e nello stesso tempo alla ricerca di sé stessa. La sua esistenza, legata a filo doppio alla scomparsa di una sorella più piccola, annegata quando Eva ha dodici anni, si reinventa in una galleria di donne (ma anche l’identità di genere, in questa reinvenzione, diventa evanescenza) in continuo movimento, e con nomi diversi, tra alcune città europee, da Barcellona a Parigi, da Berlino a Palermo. Ecco, appunto, i nomi. L’esperienza quotidiana del nominare le persone e le cose si trasforma nel libro di Olga Gambari in una coraggiosa immersione nel rapporto tra la parola e il silenzio (“doloroso è raccontare”, dice il Prometeo di Eschilo, “ma doloroso è anche tacere”), affidando al mutismo ostinato dei genitori di Eva la rappresentazione del potere devastante del rimosso nelle nostre vite. Attraverso il viaggio di Eva, in realtà, questo romanzo scardina il dualismo tra silenzio e verbalizzazione e si apre a una terza possibilità di relazione col mondo (e con la propria sofferenza) – una possibilità che forse discende direttamente dalla formazione dell’autrice (Olga Gambari è critica e storica dell’arte), e che potremmo semplicemente definire l’esperienza naturale del sentire. A schiudere le porte di questa esperienza, Gambari introduce nel romanzo, in contrapposizione ma anche a complemento di quella di Eva, il personaggio di Lupo, giovane folgorato in tenera età dalle fantasmagorie del circo e figura emblematica dello stupore infantile con cui, ancora oggi, si può guardare la realtà: accogliendo come bellezza, e non come occasione di conflitto, ogni forma di diversità. Mettendo in azione una scrittura ritmica ed elegante, Olga Gambari scrive un libro denso di significati profondi, limpido ed enigmatico allo stesso tempo, e per questo lo ritengo meritevole di essere tra i candidati alla prossima edizione del Premio Strega.» (C.D.A.)
immagine per Aggiustare l’universo
proposto da:
Lia Levi
«Aggiustare l’universo. Titolo impegnativo per un romanzo. Qui però non si tratta di un piano apocalittico, ma di un piccolo compito privato all’insegna di una pazienza che ha il suo simbolo esterno nella riparazione di un vecchio e scassato gioco meccanico. Compito piccolo per modo di dire. È un’intera vita umana rinchiusa su sé stessa che ha bisogno di essere aggiustata. Per affrontare questa drammatica impresa, da una parte c’è Gilla, una giovane insegnante rifugiata in un paese di campagna per ripararsi dai bombardamenti della città e dall’altra c’è Francesca, una bambina intelligente e capace che però non parla e che arriva ogni giorno in classe da un vicino orfanotrofio. È l’impenetrabile silenzio di questa alunna e il mistero che la circonda a spingere la sensibile educatrice ad accorrere in suo aiuto. Pagine e pagine di eccellente letteratura scorrono per arrivare a districare il drammatico segreto che ha spezzato una famiglia negli anni della guerra e della persecuzione contro gli ebrei. E Raffaella Romagnolo è perfettamente riuscita in un lavoro di ricerca meticoloso e originale. Non è questo però l’unico merito del romanzo, quello che colpisce ancora di più è la suggestiva tecnica che l’autrice adotta per “raccontare”. La storia è narrata da una moltitudine di personaggi ma non, come quasi sempre succede, come punti di vista differenti di uno stesso avvenimento. No, ognuno di loro ci offre uno scorcio di sé su episodi e tempi diversi. Non si afferrerà il collegamento se non alla fine, con i fili che cominciano a intrecciarsi in una storia affascinante in cui la piccola muta è perno centrale. E sarà nientemeno che un gatto la chiave che permetterà di riemergere dal dramma. Sono tutte queste motivazioni che mi spingono ad appoggiare un libro secondo me riuscitissimo e meritevole della massima attenzione.» (L.L.) Ottobre 1945. L’anno scolastico inizia in ritardo. È il primo dell’Italia liberata e non è semplice ripartire dalle macerie. La maestra Gilla guarda con angoscia quei muri che fino a poche settimane prima alloggiavano nazisti. È arrivata a Borgo di Dentro per sfuggire alle bombe che martoriavano la sua Genova, e come tanti giovani ha combattuto e ha rischiato la vita, scommettendo sulla costruzione di un futuro migliore che altri compagni non vedranno. Ma ora non vuole pensare a quello che la guerra le ha tolto, e le ventitré allieve di quinta elementare che ha di fronte sono una ragione sufficiente per tenere a bada la tristezza. Al suono della campanella è rimasto un posto vuoto, in prima fila. La bambina a cui è destinato raggiunge la classe poco dopo, accompagnata dalla bidella e da un biglietto del direttore. Si chiama Francesca e arriva dal vicino orfanotrofio. È preparata, diligente, ma non parla e Gilla nei suoi occhi riconosce subito la tristezza di chi si trova solo in un mondo cui non appartiene. Per entrambe c’è stato un prima e c’è stato un dopo. Ma se Gilla del passato vorrebbe liberarsi, per Francesca è l’unico posto in cui desidera tornare. Perché lì sta la sua famiglia, quella per cui il suo nome era Ester e con cui viveva a Casale Monferrato, prima che i “provvedimenti per la difesa della razza” impedissero a suo padre di insegnare, a suo nonno di vendere stoffe, a lei e sua madre di condurre una vita degna di questo nome. L’ultimo ricordo felice di Ester è una gita sul Po. Dopo, solo la colpa di essere ebrei. Ora dei genitori non sa più nulla, e la speranza che tornino a prenderla, come le hanno promesso, l’abbandona un po’ ogni giorno. Gilla ha intuito cosa nasconde l’ostinato silenzio della bambina, e sa che per riparare ciò che si è rotto servono calma e pazienza. Le stesse che usa con un vecchio planetario meccanico che la sera aggiusta sul tavolo della cucina, formulando lezioni immaginarie per le sue allieve. Con la grazia di chi sa di maneggiare esistenze fragili e preziose e il rigore di un meticoloso lavoro di ricerca, Raffaella Romagnolo scrive un romanzo di dolore e rinascita su un momento storico da cui ancora oggi è impossibile distogliere lo sguardo.
immagine per Il fuoco invisibile. Storia umana di un disastro naturale
proposto da:
Antonio Pascale
«Candido il libro di Daniele Rielli, Il fuoco invisibile. Storia umana di un disastro naturale (Rizzoli), perché Rielli è riuscito a sfruttare tutte le enormi ma poco utilizzate potenzialità del romanzo. Utilizzando vari strumenti narrativi, dal reportage d’autore, all’inchiesta giornalistica, all’autobiografia, alla riflessione saggistica, al racconto narrativo vero e proprio, Rielli costruisce così facendo un magnifico romanzo corale, una narrazione che mostra da subito una filiazione diretta con modelli alti, come A sangue freddo di Truman Capote. Concentrandosi sulla più grave epidemia batterica, e cioè la Xylella (che ha devastato la coltura degli olivi in una vasta area del Salento) storia dopo storia, vicenda dopo vicenda, un personaggio dietro l’altro, Rielli ci regala attraverso un commovente senso di pietas, tenendo a bada ironia e sarcasmo, una mappa per orientarci nel mare magnum della modernità. Un territorio pieno di contraddizioni, illusioni, nostalgie del tempo che fu, cattive letture, complottismi. Insomma Il fuoco invisibile è la mappa di noi esseri umani, un bellissimo romanzo che alimenta la conoscenza e dà un senso alla nostra vita che altro non è che un tentativo di analizzare l’enigma dell’io.» (A.P.) Si può raccontare un dramma ecologico e sociale come se fosse un incalzante romanzo a più voci? È quello che fa Daniele Rielli in questo libro in cui, cercando di capire cosa sta uccidendo gli ulivi della sua famiglia, ricostruisce le vicende legate all’arrivo in Puglia di Xylella, un batterio che ha causato la più grave epidemia delle piante al mondo. Tutto inizia a Gallipoli, quando gli ulivi cominciano a seccare e morire in un modo mai visto prima. Si mette in moto un vortice di avvenimenti che prende velocità fino a diventare inarrestabile. L’ulivo è l’albero simbolo della civiltà mediterranea ed è ritenuto immortale, le piazze si riempiono di manifestanti che protestano contro le misure di contenimento e la magistratura mette sotto accusa gli scienziati che hanno scoperto la malattia: è la tempesta perfetta. Oggi almeno 21 milioni di ulivi – tra cui molti alberi secolari e millenari, un patrimonio insostituibile – sono morti, è come se l’intera provincia di Lecce fosse stata bruciata da un gigantesco fuoco invisibile. L’epidemia si muove inesorabile verso Nord e rimane aperta una domanda: come è stato possibile? Daniele Rielli segue questa vicenda sin dall’inizio, per anni parla con gli scienziati che studiano il batterio, incontra i negazionisti che non credono alla malattia, ascolta gli agricoltori e i frantoiani che cercano di salvare le loro aziende, studia i documenti, interroga le persone, percorre migliaia di chilometri dentro un territorio che da paradiso terrestre si sta trasformando in un gigantesco cimitero vegetale, perdendo così la sua identità più profonda. Durante questo lungo viaggio Rielli indaga l’antico legame con gli ulivi della sua famiglia, scopre i segreti dell’industria dell’olio, riflette sugli aspetti più paradossali del nostro rapporto con la natura e sull’enorme potere delle storie. Il fuoco invisibile è assieme un romanzo famigliare e il resoconto di un processo alle streghe di Salem nell’era dei social.
Storia swing intorno a Fernandez
proposto da:
Vito Bruschini
«Gli ultimi fasti della Belle Époque danno inizio a questa storia popolata da personaggi che sembrano usciti da un film scritto da Scott Fitzgerald: eleganza, glamour, pettegolezzi, lady in cerca di vanità, coppie con in tasca il biglietto per il viaggio inaugurale del Titanic, gente che intreccerà le proprie multiformi vite con persone di umili origini, e che nel volgere di due o tre generazioni vagando negli intricati labirinti della vita, in fuga verso un destino che offrirà loro innamoramenti, dolore, invidie, folli passioni, gelosie, fonderanno tra loro le proprie esistenze dando vita a una nuova società. Originalissima nella struttura narrativa, che si sviluppa tra la Costa Azzurra, Marsiglia e l’Andalusia, la storia gira vorticosamente tra le esistenze di cinque donne e il Fernandez del titolo, il giovane farmacista che quasi inconsapevolmente diventa il centro focale delle loro vicende che un bizzarro destino e una serie di coincidenze finirà per legare l’un l’altro in un unico corpo pulsante di vitalità e di desiderio, d’amore e di odio, di gelosie e di passioni sfrenate, sorprendendoci con una serie di colpi di scena, così da creare un vero e proprio affresco di emozioni che rendono questo romanzo un gioiello narrativo. Memorabile e straordinariamente originale è il piano sequenza finale dove rivediamo tutta la compagnia dei personaggi sfilare in un’impareggiabile descrizione che ricorda il finale del film Otto e mezzo di Federico Fellini. È un libro dove il “romanzo” riscopre la propria purezza, e che per questo ci farà riconciliare con la letteratura. La scrittura di Laura Magni è lieve, ma ricercata nello stesso tempo. Ogni parola ogni aggettivo sono scelti con cura meticolosa. E le informazioni del periodo storico sono così minuziose che lasciano intendere una mole di lavoro di ricerca non usuale ai nostri giorni. È un’avventura narrativa di straordinaria passione e originalità, un vero e proprio tesoro letterario che arricchisce il panorama culturale contemporaneo.» (V.B.)

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