L’età straniera

Marina Mander
L’età straniera
Marsilio

Proposto da
Benedetta Tobagi

«Perché leggiamo romanzi? Come antidoto alla solitudine esistenziale, per trovare, nelle pagine, noi stessi; per poterci riconoscere, trovare parole per la nostra ombra, per sentimenti così sottili da non avere nome, o una ferita segreta, diranno alcuni. Per vivere “vite che non sono la mia”, incontrare l’alterità totale, estendere l’empatia oltre i confini dei territori a noi familiari, diranno altri. Più spesso, tutt’e due le cose. Il primo elemento di grande fascino de L’età straniera di Marina Mander sta nel fatto di consentirci entrambe le esperienze, trascinandoci – sospesi, incerti – nella penombra di uno spazio liminale, nella schiuma tra terraferma e mare, come nell’immagine di copertina. Perché il protagonista, Leo, è un adolescente: età di metamorfosi e di estremi, in cui ciascuno è straniero a se stesso come mai, prima e dopo, nella vita. Marina Mander ci mostra il mondo attraverso il suo sguardo, che penetra la realtà come un coltello e ha la cruda verità del sole meridiano, o delle luci al neon (che lui odia, per le tragedie di cui sono state mute testimoni), uno sguardo invecchiato dal precoce disincanto – ma senz’ombra di cinismo – e insieme fresco, persino ingenuo, nei mille dubbi di chi si affaccia alla vita. Uno sguardo che prende vita, sulla pagina, in una voce sorprendente, caleidoscopica, sempre ironica e dissacrante. La quotidianità di Leo per certi versi è molto normale (per quanto si possa parlare di “normalità”, tra le mille contraddizioni del presente): vive con la madre e il compagno di lei – tassista e tanguero – nella Milano dei primi anni Duemila, in un quartiere medio, fa il liceo classico (dove brilla, anche se studia poco), si fa qualche canna (e racimola qualche soldo vendendo l’erba agli amici), ha una passione per Kurt Cobain ed è ossessionato dal pensiero di non aver ancora mai fatto sesso. Ma questa patina sottile si lacera a ogni piè sospinto nell’attrito con la verità abnorme, incommensurabile che giace sotto la superficie: il padre, molto amato, di Leo, un matematico geniale che era, semplicemente, troppo per la vita, si è suicidato affogandosi in mare. Ed ecco che, come il velo della realtà, la tessitura pulsante del racconto, tra sequenze lente e brusche ellissi in accelerazione, si spezza, interrotta – invasa – dal teatro interiore dei suoi incubi in cui si celebra un assurdo processo permanente (un po’ Kafka, un po’ Lewis Carrol, per l’umorismo surreale), e Mander mostra grande acume psicologico e delicatezza nel trovare parole per il mondo interiore del trauma, per ciò che accade nelle anime travolte troppo presto dall’incommensurabile, divorate da un senso di colpa senza fondo – perché non ha fondamento. Per colmare il vuoto in ogni senso possibile, nel moto perpetuo di un iperattivismo pieno di buone intenzioni con cui sembra costantemente impegnata ad allontanare il dolore, la madre di Leo, dopo un periodo di volontariato con i prostituti minorenni che si vendono al Mercato ortofrutticolo e nella “fossa” vicino al Parco Sempione, decide di prendere in casa uno di loro, Florin, un ragazzo rumeno della stessa età di Leo. Florin è brutto, magrissimo, non parla italiano, non si capisce mai cosa pensi (per questo Leo lo ribattezza Iwazaru, la terza delle tre scimmiette dell’antico adagio “Non vedere il male, non sentirlo, non parlarne”), pur avendo una sua speciale delicatezza: è l’alterità assoluta che irrompe, imprevista, nella quotidianità di Leo e, attraverso lui, nella nostra. Non c’è nulla di scontato nel modo in cui il giovane io narrante scruta il nuovo arrivato, lo detesta, talvolta imprevedibilmente lo invidia (il che, con semplicità disarmante, fa ricordare quanto l’ostilità verso il diverso sia spesso la schiuma sporca che monta sopra fragilità e frustrazioni), si fa intenerire e ne resta continuamente sorpreso, durante i loro vagabondaggi a casaccio nei luoghi marginali della città. Florin diventa sempre più la cartina di tornasole che mette a nudo le ipocrisie del mondo adulto, mentre, per gradi, qualcosa in Leo cambia. Si sblocca. Con umorismo, scansando i luoghi comuni con la grazia (apparentemente) casuale di un gatto, l’Età straniera regala uno sguardo diverso su come sia possibile incontrarsi con ogni tipo di “straniero”, forse soprattutto con quello (il più spaventoso, repellente, inquietante di tutti) nascosto dentro di noi.»