«Vittorio Giacopini è un grande visionario o, per essere più precisi, uno scrittore che sa vedere, e che, in quel vedere, scardina la logica del visibile. Vede per noi, con lui sappiamo a che punto siamo arrivati, da dove è arduo tornare, verso dove è sfida insensata procedere. È perciò che va a cercare i suoi personaggi, ma mi piacerebbe chiamarli “portavoce”, negli angoli del tempo, dove il tempo si affolla di caos, misfatti e storture. Spinge l’acceleratore delle storie verso il passato e verso l’immediato futuro con un sentimento del tempo che pochi narratori contemporanei hanno. Così accade in questa nuova opera dove, su due fronti temporali, due figure comprese nel “catalogo degli uomini”, come lo chiama Shakespeare, ci raccontano con orrore, mestizia, rigore le devastazioni della guerra. Per la Guerra dei trent’anni, il conflitto narrato da Schiller, evocato da Bertolt Brecht, la guerra di tutte le guerre, Giacopini chiama in scena Jacopo Jacopi, soldato di ventura, esploratore di reliquie, di agghiaccianti residui dell’intelligenza e si muove su uno degli scacchieri più seducenti della cultura europea. Per il nostro immediato futuro ecco emergere un mercante d’arte che, nella “ipotesi di mondo” in cui si trova a vivere, registra le trasformazioni succedutasi al Grande Incidente: vive in un falansterio, sui Castelli Romani è ripresa l’attività vulcanica, sotto le rovine antiche si aggrega una popolazione quasi irriconoscibile. Eppure di mossa in mossa, di ricerca in ricerca è come se Jacopo Jacopi e il nostro Osservatore si stabilisse un ponte di fatti, disastri, memorie, tracce di una documentazione che non ha mai smesso di trasformare il delitto e la paura in rappresentazione. Sorprende con quanta appassionata (e a volte comica) costernazione il narratore trova il filo che ci tiene ancorati a una storia, a un accadere furbo come la speranza, appena al di là di “ogni altro tempo”. Siamo con Giacopini in un’area che non teme le trappole del gusto. Visionario e narratore ci accompagna dentro la monumentalità disfatta delle nostre esistenze, e, lo fa con tanta ricchezza di stile, di cultura e di libertà che l’inclusione in un premio così importante suona come ragione di civiltà letteraria.»