Matteo Marchesini


Matteo Marchesini
Atti mancati
Voland


Presentato da
Massimo Onofri
Silvia Ronchey

Nel cuore di Bologna, Marco, trentenne diviso tra le incombenze giornalistiche e il tentativo di finire un romanzo, vive in una solitudine cocciuta e il più possibile asettica, fino a quando ricompare Lucia, la ragazza che lo ha lasciato qualche anno prima. Ora Lucia cerca Marco, lo assedia e lo porta in giro per paesi e campagne, a visitare i loro luoghi di un tempo, a ritrovare gli amici vivi e gli amici morti. Tra Bassa e Appennini, tra cliniche e osterie, Lucia – come una fragile ma tenace erinni – costringe Marco a rianalizzare le zone più oscure del loro passato. 
Atti mancati è una storia d’amore e di suspense. È una parabola sul tempo trascorso ostinatamente a occhi chiusi e su quello vissuto a occhi spalancati. È il referto di una malattia, steso con furore analitico e insieme con uno stile semplice, da presa diretta.

Matteo Marchesini è nato nel 1979 a Castelfranco Emilia e vive a Bologna. Tra le sue pubblicazioni: le poesie di Marcia nuziale (Scheiwiller 2009), le satire di Bologna in corsivo. Una città fatta a pezzi (Pendragon 2010), i saggi letterari di Soli e civili (Edizioni dell’Asino 2012). Collabora tra l’altro con la redazione bolognese del “Corriere della Sera”, con Radio Radicale, “Il Foglio” e “Il Sole 24 Ore”.

Nel notevole Atti mancati il critico Marchesini fa i conti con se stesso per interposto personaggio, Marco Molinari (una specie di Rubè postnovecentesco senza il dramma della guerra), che ha la sua stessa età e vive del medesimo lavoro: «A un certo punto, senza accorgertene, hai trentatré anni». Quel Marco che soffre d’una patologia sua, ma anche generazionale: una «cocciuta scelta d’inesperienza». Tutto comincia quando Marco viene inviato dal giornale a dar conto del «Bolognino d’oro», assegnato a Bernardo Pagi, il suo unico e vero maestro. È lì che in sala scorge Lucia, che, cinque anni prima, l’ha abbandonato senza spiegazioni. Perché è tornata? Si tratta d’un ritorno nella Bologna d’allora che ruota attorno alla morte dell’amico Ernesto e a due romanzi incompiuti, di Marco e Ernesto, consegnati a Pagi. Una morte che ha a che fare coi sensi di colpa e, appunto, con gli atti mancati che avrebbero potuto scongiurarla. Ma il fatto cruciale è un altro: sotto i panni di Pagi si riconosce Berardinelli, autore d’un celeberrimo libro: Non incoraggiate il romanzo. Il romanzo cui, invece, il discepolo Marchesini ha voluto affidare la spoglia deposta della sua autobiografia. La domanda resta ineludibile: può il romanzo riuscire a surrogare quelle verità dell’esperienza che la vita ad «occhi chiusi» ha sinora negato a Marco? La risposta resta aperta. Marco lascia di corsa la camera di Lucia morente, per stordirsi infine tra la folla (come Rubè: che però incontrerà la morte). Si arresta, cioè, sulla soglia d’una decisione. Mi chiedo se non sia, questo, l’unico modo concesso alla generazione di Marchesini per tentare l’esame di coscienza.
Massimo Onofri

“Uno scrittore”, diceva Thomas Mann, “è uno che per scrivere fa più fatica degli altri”.Come si scrive un romanzo? e perché lo si scrive? Specie di questi tempi, in cui gli scrittori sembrano essere diventati più numerosi dei lettori, in cui pubblicare un romanzo sembra essere diventato uno status symbol che si aggiunge ai molti traguardi illusori inalberati dalla società, ai molti stratagemmi che l’individualità frappone all’alternativa dell’avere e dell’essere, rispondere a queste domande è importante. Ma a una domanda letteraria non c’è risposta che non sia interna alla letteratura. Come si scrive un romanzo, e perché lo si scrive, è impossibile dirlo se non dall’interno della scrittura, e della struttura, appunto, di un romanzo. Se non dalla profondità della consapevolezza dell’impossibilità di scrivere, oggi, un romanzo. “Questo file, il Romanzo […] non smette di trascinarsi”, nell’“inibizione opaca” di un lavoro che da anni “non ha orari e quasi non ha gesti”, continuamente minato dal “sospetto di superare la soglia dell’hybris”, insidiato dalla consapevolezza che è “barare […] credere che le parole corrano parallele alle cose, e che senza conoscere davvero con i sensi, senza scontare col dolore, si possa per qualche coincidenza formale […] darne con le parole un equivalente”. Presento agli Amici della Domenica il libro di un giovane insider delnostro multiforme e insieme così difforme piccolo mondo culturale — della narrativa e della poesia, della critica letteraria e della filosofia — che ha scritto un romanzo sull’impossibilità di scrivere un romanzo e insieme sulla necessità della scrittura come fall out di quel “conoscere davvero con i sensi”, di quello “scontare col dolore” la delusione e l’imperfezione: del vivere, anzitutto, e allora anche, necessariamente, dello scrivere. P.S. Cari Amici, non crediate che con questo io voglia insinuare che Marchesini non scriva bene. Al contrario, scrive benissimo. Perché solo la coscienza dell’imperfezione dello scrivere rende chi scrive uno scrittore. Leggendo il suo libro avrete l’opportunità di verificare il suo talento in un ritratto dal vero: quello di Bernardo, il critico letterario, “l’Adorno delle due torri”, che tutti conoscete. Oh, vi divertirete molto.
Silvia Ronchey