Pontescuro

Luca Ragagnin
Pontescuro
Miraggi Edizioni

Proposto da
Alessandro Barbero

«Pontescuro di Luca Ragagnin è l’opera matura di un autore che ha esplorato molte possibilità espressive della parola (canzone, poesia, racconto, romanzo, saggio narrativo) in oltre trenta libri pubblicati, senza contare le numerose collaborazioni musicali. Il romanzo si svolge nel 1922, nella Bassa padana, nell’immaginario villaggio eponimo, e analizza attraverso la testimonianza corale degli abitanti le premesse di fatto di sangue: l’uccisione della bellissima e scandalosa figlia del signorotto locale. Colpevole è il fattore, mosso da invidia sessuale e sociale, ma dell’assassinio viene incolpato lo scemo del villaggio, un trovatello che passa il tempo legando nastri colorati ai rami degli alberi e che aveva stretto una tenera amicizia con la ragazza. Ciaccio, il trovatello, è la personificazione dell’innocenza, allegoricamente posta ai margini di una società che o sfrutta e opprime, oppure vive in una tetra, stolida e quasi inconsapevole miseria materiale e morale (il 1922 è l’anno della marcia su Roma e nel romanzo riecheggiano le rivolte contadine soffocate con manganelli e olio di ricino). Il romanzo, però, non è indirizzato a una puntuale ricostruzione storica e sociale, ma si interroga sul lato metafisico del male, nel duplice senso che può avere l’espressione “il male che abita l’uomo”: oggettivo – il male in cui l’uomo si adatta a vivere quotidianamente – e soggettivo – il male che alberga, radicale, nel cuore umano. Il tema, certo ambizioso, è avvicinato con riserbo e delicatezza. La presa di distanza si concreta non solo nella distanza storica dell’epoca narrata rispetto all’oggi, ma anche nella voluta neutralità linguistica – la lingua di Pontescuro non è mai mimetica e non fa il verso al popolo o al periodo storico, bensì è piana e astorica – e narrativa: la forma scelta si avvicina molto a quella della favola, con ampio uso di prosopopee e cauti simbolismi. Soprattutto quest’ultimo aspetto, quello favolistico, si incarica di portare la riflessione dell’autore: affiancando il punto di vista del narratore onnisciente a quelli di alcuni protagonisti (una focalizzazione multipla che in quanto priva di rigore evita il rischio di un’astratta metodicità), Ragagnin dà voce alla nebbia, al fiume, al ponte, al cadavere della ragazza, a una ghiandaia, a una blatta; oltre al narratore, sono quindi i testimoni innocenti o le vittime a prendere la parola, a rispecchiare il male che alligna intorno a loro e contro di loro. Allo stesso modo, nonostante l’introduzione di un ispettore di polizia, sorta di anti-Ingravallo prossimo alla pensione, giunto da Roma con scarso interesse per le beghe di provincia, i fatti materiali relativi al delitto non prendono mai il sopravvento sulla riflessione morale. L’arrivo dell’ispettore non rende centrali l’investigazione sull’omicidio, il contesto sociale in cui questo matura, la congiura contro il povero innocente e la sua fuga salvifica. L’ispettore, anzi, occhio estraneo e acuto (anche la sua è una delle voci del romanzo), ha un’altra, duplice, funzione: da un lato, riconoscere e avallare sia il crimine sia il depistaggio, accettando la falsa ricostruzione che gli viene proposta e che torna comoda a tutti, anche ai pigri funzionari della capitale; dall’altro, soprattutto, raccogliere attorno al corpo della vittima, nella chiesa del paese, i veri colpevoli della vicenda – il fattore-assassino, il prete senza fede, il padre-padrone, la serva invidiosa, degni rappresentanti del villaggio di Pontescuro – nel momento preciso in cui una tempesta di uccelli suicidi si schianta contro la chiesa, contro il campanile e le vetrate, inscenando un olocausto di innocenti, un sacrificio volontario come riprova e sanzione metafisica del carattere maligno, disperato, inaccettabile delle scelte umane.»