Raffaella Romagnolo

Raffaella Romagnolo
in concorso con
La figlia sbagliata
Frassinelli


Raffaella Romagnolo è nata a Casale Monferrato nel 1971, vive a Rocca Grimalda con il marito. Ha scritto L’amante di città (Fratelli Frilli, 2007) e, per Piemme, La masnà(2012, divenuto anche uno spettacolo teatrale) e Tutta questa vita (2013, finalista al Premio Peradotto).


Intervista all’autore

Ricorda qual è stato il primo libro che ha letto?

Forse Cuore di Edmondo De Amicis. Un imprinting che fatico a superare.

Ci sono scrittori con cui sente di essere in debito?

Troppi per elencarli. Ma non voglio sottrarmi e dico almeno Fenoglio, Kristof, Mann, Garcia Marquez, Roth, Strout. Quando incontro un buon libro, il primo sentimento è di gratitudine per l’autore.

 Ci racconti in breve una sua giornata tipo di quando scrive.

Cominciare mi mette ansia, così tergiverso facendo altro, soprattutto liste, lunghi elenchi dettagliati, su carta spessa e in bella grafia, di cose da comprare o da fare. Dopo una mezz’ora, mi rassegno e attacco. Leggo una o due pagine di un romanzo che sento vicino al  libro che sto scrivendo (ne ho sempre una piletta accanto al pc), rileggo quello che ho scritto il giorno precedente, correggo e vado avanti. Interrompo il meno possibile. A metà giornata cerco di camminare una quarantina di minuti nel verde. Mangio moltissimo.

Cosa le piace del suo lavoro di scrittore e cosa non le piace?

Nonostante l’ansia dell’attacco, la scrittura è un momento di grazia. E mi piacciono tutte le fasi: dall’idea alla progettazione alla documentazione alla stesura fino alla correzione delle bozze. Mi pesa un po’ invece la promozione: il libro è finito, se vado in giro a presentarlo come faccio a scrivere il prossimo?

Qual è stata la molla che l’ha spinta a scrivere il suo ultimo libro?

Stavo scrivendo altro e ho avuto un incubo. Ho sognato la prima scena, quella in cui Pietro Polizzi muore facendo il cruciverba e sua moglie Ines non avverte i figli. Nel sogno capitava la stessa cosa ai miei genitori. La mattina dopo mi sono detta: che storia! Ho inventato una trama plausibile, ci ho ficcato dentro il mio incubo e l’angoscia che ho provato, ne ho fatto un romanzo: un’operazione insieme intima e spudorata. Sì,  forse Philip Roth ha ragione, è un mestiere indecente