Viola Di Grado


Viola Di Grado
Settanta acrilico trenta lana
e/o


Presentato da
Serena Dandini
Filippo La Porta

Camelia vive con la madre a Leeds, una città in cui «l’inverno è cominciato da tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c’era prima», in una casa assediata dalla muffa accanto al cimitero. Traduce manuali di istruzioni per lavatrici, mentre la madre fotografa ossessivamente buchi di ogni tipo. Entrambe segnate da un trauma, comunicano con un alfabeto fatto di sguardi. Un giorno però Camelia incontra Wen, un ragazzo cinese che lavora in un negozio di vestiti e che le insegna la sua lingua. Saranno proprio gli ideogrammi ad aprire un varco di bellezza e mistero nella vita di Camelia, attribuendo nuovi significati alle cose. Camelia si innamora di Wen, ma lui la respinge nascondendogliene il motivo. E c’è anche il bizzarro fratello di lui, ossessionato dall’oscura morte di Lily, un’altra studentessa di Wen…

Viola Di Grado ha ventitré anni. È nata a Catania, si è laureata in lingue orientali a Torino e studia a Londra.

Il talento di Viola di Grado lo senti scorrere fin dalle prime righe. Ogni frase é una festa di suoni, di immagini, di originalità in un intreccio di coraggio, di eccesso, di audacia. Il coraggio è una qualità un po’ in disuso ultimamente e ogni volta che un giovane talento la rispolvera va sicuramente premiato. L’incedere spudorato nel tratteggiare personaggi e situazioni dà forza a questa storia sempre sorprendente e intensa. Tutto questo a 23 anni non é poco davvero. Trenta per cento poesia e settanta per cento capacità narrativa. Come esordio una miscela notevole.
Serena Dandini

Romanzo viscerale e ironico sul cuore in inverno di una adolescente, sulla sua raggelata ansia di felicità. Sotto il cielo inglese che svaria da un pallore terminale a un bianco-lavabosi snoda una storia raccontata con prosa congestionata e iperbolica per troppa energia. La ventenne Camelia, senza una fisionomia definita (neanche nel dolore: è “mezza orfana”), non riesce a definire la propria esistenza, ha le “parole chiuse in gola” e perciò rincorre la invulnerabile perfezione degli ideogrammi. La malattia diventa qui metafora del mondo, e pure i brillantini dei jeans sono asportati come “tumori maligni”. Una vita piena di buche e crateri, rattoppata come gli abiti scartati dal sarto ripescatinel cassonetto, così fragile che occorre difenderla perfino dalla bellezza. Cosa salva il romanzo dal manierismo dell’orrore? L’eco di una sapienza antica travasata in una musica attuale e nervosa, l’immagine iniziale e quella conclusiva – quasi citazione dai Morti di Joyce – della neve che incessantemente si posa su ogni cosa.
Filippo La Porta