L’ultima estate

immagine per L’ultima estate Autore: Cesarina Vighy 
Titolo: L’ultima estate
Editore: Fazi

Proposto da Dacia Maraini, Margaret Mazzantini

Da dove arriva la voce di Zeta? Apparentemente dal luogo più inabitabile e muto: la malattia. Ma è solo apparenza: questa voce proviene dal nucleo più irriducibile e infuocato della vita. Che non tace, non cessa di guardare e amare. È fragile l’equilibrio che genera queste pagine. I ricordi sono uno squarcio lacerante nella memoria di una vita tenacemente irregolare: la nascita fuori dal matrimonio della «bambina più amata del mondo», l’infanzia sotto le bombe, Venezia splendida e meschina, il primo disastro sentimentale e poi, ancora, Roma becera e vitale, l’esperienza della psicanalisi, l’avventura del femminismo, il cammino della malattia. E sempre la coriacea e gentile difesa della propria individualità, l’irrisione delle tribù e delle cliniche cui ha rifiutato di appartenere. Così la storia dei suoi settant’anni scorre laterale, vissuta intensamente ma mai accettata, come non fosse mai meritevole di piena identificazione. E la famiglia mai un rifugio riconciliante. C’era lo spettacolo del mondo da scoprire, una sfuggente libertà da inseguire, una singolare autenticità da trovare.

L’ultima estate di Cesarina Vighy è un racconto sulla vita e sulla morte, un esordio e insieme un addio. Un’opera prima in perfetto equilibrio tra romanzo, diario e autobiografia, ridisegnato da un sorprendente ingegno narrativo. L’ironia e la vitalità riservate al mondo esterno sono le armi che Cesarina Vighy rivolge verso sé stessa. È appunto con sottile umorismo che sceglie di riavvolgere il filo della memoria, rievocando la sua storia che è anche quella degli ultimi decenni di questo paese. Un talento tardivo quello di Cesarina Vighy, sbocciato come un fiore autunnale. Siamo di fronte a un carattere vulcanico e strepitoso che si esprime con intelligenza in un romanzo spiritoso dal linguaggio colto e sapiente.
Dacia Maraini

L’ultima estate è un’opera di inconsueto nitore letterario. Il dialogo intimo dell’autrice con la propria menomazione produce il racconto di una vita intera, descritta con coraggio, senza alcuna garza, nuda e odorosa come un corpo malato. Cesarina Vighy avanza impietosa e limpida come la sua intelligenza, non si commuove mai per sé stessa, anzi ci esorta a sorridere dello sciocchezzaio umano. La materia narrativa potente e dissacrante, prende il sopravvento restituendoci insieme al talento dell’autrice un segno forte che commuove eccome: la scrittura come lenitivo, come unico gesto possibile.
Margaret Mazzantini


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